17 agosto 2025

L’eco delle picconate

 Ricordo personale di Francesco Cossiga, un uomo che non si poteva ignorare


Il 17 agosto 2010 moriva Francesco Cossiga. Ricordo bene quel giorno, non tanto per le cronache ufficiali che si susseguivano in televisione, ma per la sensazione di vuoto che mi lasciò dentro. Avevo la netta impressione che con lui se ne andasse non soltanto un uomo politico, ma un pezzo intero della storia italiana, di quella Repubblica che lui aveva attraversato, servito, provocato e persino ferito con la sua lingua tagliente. Con la sua morte non si chiudeva solo un capitolo, ma un’epoca che aveva il sapore, con tutte le sue contraddizioni, della Prima Repubblica.

Di Cossiga ho sempre pensato che fosse un uomo impossibile da collocare in uno schema preciso. Troppo complesso per essere ridotto a un’etichetta, troppo imprevedibile per rimanere ingabbiato in un ruolo istituzionale definito una volta per tutte. Era un uomo che amava spiazzare, che cercava volutamente di andare oltre il protocollo, di demolire con le parole quelle certezze che tutti consideravano intoccabili. Eppure, nonostante quella sua apparente smania distruttiva, traspariva in lui un amore profondo per le istituzioni e per il Paese. Un amore tormentato, certo, ma autentico.

Quando penso a Cossiga, mi vengono in mente due immagini diverse ma complementari. La prima è quella del giovane politico democristiano, allievo prediletto di Moro, uomo di governo sobrio, riservato, quasi timido, che sembrava destinato a seguire il solco dei grandi equilibristi della Democrazia Cristiana. La seconda è quella del Presidente della Repubblica che, negli ultimi anni del suo mandato, si trasformò in un “picconatore”: un capo dello Stato che usava parole come armi, colpi precisi e spesso spietati contro un sistema politico che sentiva stanco, ipocrita, immobile. Due volti dello stesso uomo, due stagioni di una vita che fu sempre in bilico tra istituzione e ribellione.

La notizia della sua morte, in quel caldo agosto del 2010, mi riportò indietro a tanti momenti in cui la sua voce aveva scandito le giornate politiche italiane. Cossiga non era mai un commentatore banale: ogni sua dichiarazione diventava titolo di giornale, ogni suo intervento generava discussioni. Era un uomo che divideva: c’era chi lo amava e chi lo detestava, ma nessuno poteva ignorarlo. Ed è forse questa la cifra del suo essere: la capacità di restare sempre presente, ingombrante, vivo nel dibattito pubblico.

Mi ha sempre colpito il coraggio che aveva di dire cose che altri preferivano tacere. Non era paura della verità, la sua. Era piuttosto il gusto – a volte crudele, a volte liberatorio – di togliere la maschera al potere, di smascherarne i giochi, di ricordare che dietro la facciata solenne c’erano debolezze, ipocrisie, interessi. Quella sua stagione di “picconate” fu criticata, vista da molti come un attentato all’equilibrio delle istituzioni. Io la interpreto invece come il grido di un uomo che aveva visto troppo, che conosceva bene i meccanismi interni e che non poteva più fingere di crederci. Un uomo che, dopo anni di disciplina, aveva deciso che era il momento della verità, anche se dolorosa.

Non nego che a volte trovassi eccessive le sue parole. C’era in lui una vena quasi teatrale, un gusto per la provocazione che spesso rischiava di trasformare la denuncia in spettacolo. Ma era uno spettacolo che serviva, perché costringeva tutti a prendere posizione. In un Paese in cui spesso la politica scivola nell’ambiguità e nel non detto, Cossiga fu un detonatore di chiarezza, un pugno sul tavolo che poteva piacere o no, ma che non lasciava spazio all’indifferenza.

Ricordo che, da Presidente della Repubblica, aveva un rapporto tormentato con il suo ruolo. All’inizio appariva come un custode rigoroso, rispettoso del protocollo, quasi dimesso. Poi, come se qualcosa si fosse incrinato dentro di lui, cominciò a usare la sua posizione per mettere a nudo i limiti della politica italiana. Alcuni lo accusarono di non essere all’altezza, altri lo esaltarono come un visionario. Io penso che in lui convivessero entrambe le cose: la lucidità e l’eccesso, la saggezza e la ferita.

La sua morte mi colpì anche perché arrivava in un momento in cui l’Italia stava già cambiando pelle. La politica era entrata in una nuova stagione, segnata da altri linguaggi, da altre figure, da un altro modo di intendere il consenso. Con lui se ne andava un testimone di quella generazione che aveva vissuto il dopoguerra, la ricostruzione, gli anni di piombo, la stagione delle grandi contrapposizioni ideologiche. Una generazione che, nel bene e nel male, aveva scritto la storia della Repubblica.

Francesco Cossiga apparteneva a quel gruppo di uomini che non si limitavano a occupare ruoli, ma li incarnavano con tutto il peso della loro personalità. Non era un burocrate della politica, non era un semplice funzionario di partito. Era un uomo che viveva i ruoli istituzionali come estensione del suo essere, con tutte le contraddizioni del caso. Per questo fu amato e odiato, ma mai ignorato.

Personalmente, ciò che più mi affascina di lui non è tanto la stagione delle “picconate”, ma il suo essere stato, per tutta la vita, in bilico tra disciplina e ribellione. Era figlio della tradizione democristiana, educato al senso delle istituzioni, alla pazienza della mediazione. Ma dentro di lui ardeva un fuoco che non accettava compromessi, che voleva verità, che non sopportava le ipocrisie. Questo conflitto interiore lo rese un uomo politico diverso dagli altri, difficile da governare persino per se stesso.

Mi rendo conto che parlare di Cossiga significa anche parlare di me, del mio rapporto con la politica, del mio modo di guardare al potere e alle sue ombre. In lui ho sempre visto il coraggio di dire ciò che pensava, ma anche la solitudine che questo comporta. Essere “picconatore” non significa solo abbattere muri, significa anche accettare di restare fuori da essi, di non avere più un posto sicuro all’interno del palazzo. Cossiga accettò questa solitudine, e forse fu proprio questo il segno della sua autenticità.

Quando penso alla sua morte, non provo solo la nostalgia per un uomo, ma per un’epoca in cui la politica, pur con i suoi limiti, aveva ancora spessore umano, contraddizione, passione. Oggi mi sembra tutto più patinato, più calcolato, più povero di verità. Cossiga, con tutti i suoi eccessi, ci ricordava che dietro le istituzioni ci sono uomini veri, con ferite, con visioni, con coraggio e con paure. Ci ricordava che la politica non è solo gestione, ma anche conflitto, anche dramma, anche passione.

Il 17 agosto 2010 se ne andò un uomo che non aveva paura di essere scomodo. E io credo che, oggi più che mai, abbiamo bisogno di figure scomode, di voci che non abbiano paura di dire ciò che non è conveniente, di rompere i rituali vuoti. Forse non sempre avremmo bisogno di parole taglienti come le sue, ma certo avremmo bisogno della sua capacità di guardare oltre le apparenze.

Francesco Cossiga è stato tante cose: studente brillante, allievo di Moro, ministro dell’Interno nei giorni più bui del terrorismo, Presidente del Consiglio, Presidente della Repubblica, senatore a vita. Ma soprattutto è stato un uomo che non ha mai smesso di essere se stesso, anche quando questo significava mettersi contro tutti. Un uomo che, con le sue luci e le sue ombre, ha lasciato un segno profondo nella storia italiana.

Quando ripenso a lui, mi accorgo che non riesco a considerarlo solo come un politico. Lo vedo come un personaggio da romanzo: complesso, contraddittorio, passionale, tragico a tratti. Forse è per questo che la sua figura continua a colpirmi. Perché ci ricorda che la politica, quando è vissuta fino in fondo, è vita vera, con tutte le sue contraddizioni.

Ecco perché quel 17 agosto 2010 non segnò per me solo la morte di un ex Presidente della Repubblica. Segnò la fine di un’epoca, il congedo di una voce che, pur tra eccessi e contraddizioni, aveva avuto il coraggio di dire la verità. Oggi, ogni volta che sento discorsi politici vuoti e preconfezionati, mi torna in mente la sua voce ruvida, scomoda, spiazzante. E dentro di me penso che, nonostante tutto, mi manca.

Francesco Cossiga non si può incasellare. Non si può giudicare solo con le categorie della politica tradizionale. È stato un uomo, con tutta la grandezza e la fragilità che questa parola porta con sé. Ed è per questo che, ancora oggi, a distanza di anni, parlarne significa parlare di noi, della nostra Repubblica, del nostro bisogno di verità. Perché l’eco delle sue “picconate” continua a vibrare, ricordandoci che senza scomodità non c’è cambiamento, e senza verità non c’è futuro.

 









Addio a Pippo Baudo

 Con lui se ne va un pezzo della nostra memoria collettiva


Ci sono notizie che ti raggiungono in un modo silenzioso, ma che dentro di te fanno rumore. La morte di Pippo Baudo è una di queste. Non è soltanto la scomparsa di un uomo, per quanto importante. È come se fosse crollata una colonna che reggeva un pezzo della nostra memoria collettiva, della nostra quotidianità di italiani cresciuti con la televisione accesa sullo sfondo delle case, tra cene in famiglia, voci di conduttori e applausi registrati. Quando ho letto che Pippo Baudo se n’è andato, a 89 anni, mi è venuto spontaneo chiudere gli occhi e rivedere immagini che non guardavo da anni: lui, con il suo sorriso serio e rassicurante, elegante ma mai distante; la sua voce che sapeva modulare dal tono solenne a quello complice, con quella cadenza che non aveva bisogno di forzature per imporsi; e soprattutto quella sua capacità unica di tenere insieme, di far sentire ogni spettatore parte di un rito collettivo.

Baudo non era un conduttore nel senso moderno del termine. Oggi i conduttori devono spesso sovrastare la scena, attirare l’attenzione, inventare battute, sgomitare per emergere in un mare di voci. Lui no. Lui era il punto fermo: non aveva bisogno di esibizionismi perché era la televisione stessa ad adattarsi al suo ritmo. C’era un’eleganza naturale nel suo modo di occupare lo spazio scenico: bastava che comparisse sul palco perché l’attenzione fosse catalizzata, senza clamori, senza effetti speciali. E penso che proprio per questo il suo nome sia diventato quasi sinonimo di televisione: dire “c’è Baudo” significava che stava accadendo qualcosa di importante. Che quella sera si poteva stare tranquilli, perché lo spettacolo sarebbe stato condotto con professionalità, senza cadute di stile, con il giusto equilibrio tra intrattenimento e cultura.

Ci sono figure pubbliche che non si limitano a fare il loro mestiere, ma diventano specchio di un Paese. Baudo appartiene a questa categoria. Lo ricordo nelle case dei miei genitori, quando il televisore non era ancora uno schermo personale ma un altare domestico attorno al quale ci si riuniva. Ricordo serate di Sanremo, quando ancora non c’era l’opzione di cambiare canale o di scorrere su un telefono per distrarsi: si guardava tutti la stessa cosa, e se c’era Baudo si sentiva di essere dentro un momento collettivo. Per la mia generazione, e forse ancora di più per quella precedente, Pippo Baudo era una certezza. Non tanto perché fosse infallibile — come tutti, aveva i suoi difetti, le sue rigidità, i suoi inevitabili errori — ma perché rappresentava la continuità, la solidità, il rispetto per chi stava a casa. Era il volto che ti diceva: “ci penso io, stai tranquillo”. Una frase che non pronunciava mai, ma che si percepiva.

La televisione di oggi è frenetica, segmentata, frammentata. Quella di ieri, con i suoi tempi lunghi e i suoi programmi-monumento, aveva in Baudo uno dei suoi interpreti migliori. Non era un’epoca più semplice, ma era un’epoca più lenta, e lui sapeva abitarla con eleganza. Una delle frasi che più spesso gli veniva attribuita — e che in parte amava ripetere lui stesso — era: “L’ho inventato io”. Lo diceva parlando dei tanti artisti che aveva scoperto, lanciato, accompagnato: da Al Bano a Heather Parisi, da Beppe Grillo a Lorella Cuccarini, fino a decine di volti che senza di lui forse sarebbero rimasti nell’ombra. Quella frase, a volte ironica e a volte orgogliosa, racchiudeva un tratto del suo carattere: l’orgoglio di essere stato un talent scout, ma anche la consapevolezza che senza qualcuno che ti dà fiducia, il talento spesso non trova strada.

E questo è un altro aspetto che oggi manca: la televisione come palestra, come spazio in cui qualcuno più grande, con esperienza, si prende la responsabilità di lanciare i giovani. Pippo Baudo non era geloso della scena: al contrario, sembrava dire “fate voi, io vi accompagno”. Eppure, pur restando dietro le quinte in certi momenti, restava sempre lui al centro, perché il pubblico riconosceva in quella sua discrezione un atto di autorevolezza. C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che i suoi funerali si terranno nel Santuario della Madonna della Stella, a Militello in Val di Catania, il suo paese natale. Dopo decenni di riflettori, di applausi, di prime serate, la scena finale si consuma in una chiesa barocca, lontano dai set televisivi, tra le mura di pietra e fede che raccontano di una Sicilia antica, resistente, legata alla terra e alle radici. È un’immagine potente: l’uomo che ha animato tredici Festival di Sanremo, che ha dato voce a Canzonissima e a Domenica In, che ha intrattenuto milioni di italiani davanti allo schermo, viene salutato in un luogo raccolto, intimo, nel cuore della sua terra. È come se la sua storia tornasse al punto di partenza, chiudendo un cerchio tra la gloria pubblica e la semplicità delle origini.

E a me questo fa pensare a quanto sia importante, per tutti noi, ritornare lì dove tutto è iniziato. Non importa quanto lontano si sia arrivati, quanta fama si sia conquistata: le radici restano il luogo a cui apparteniamo. Forse la vera eredità di Baudo non è soltanto quella televisiva, ma quella umana: ricordarci che la grandezza non cancella mai la necessità di tornare a casa. Guardando indietro, credo che la sua figura rappresenti un’idea di televisione che oggi sembra scomparsa: una televisione che univa, che aveva la pretesa — o forse la speranza — di parlare a tutti. Sanremo con Baudo era un rito popolare, certo, ma anche un’occasione per scoprire nuove voci, per ascoltare testi che diventavano parte del nostro immaginario. Domenica In con Baudo era la domenica di milioni di famiglie, fatta di risate, interviste, ospiti di mondi diversi.

Oggi la televisione è frantumata in mille nicchie, riflesso di una società sempre più individualista. Baudo invece era il collante: riusciva a mettere nello stesso salotto televisivo la casalinga e l’intellettuale, il ragazzo che sognava la musica e il nonno che ricordava le melodie di un tempo. In un certo senso, rappresentava un’Italia che, pur tra mille divisioni, sapeva ancora ritrovarsi in un momento comune. La sua morte, lo confesso, mi fa sentire più vecchio. Non tanto perché abbia segnato la fine di una carriera che era già da anni lontana dai riflettori, ma perché con lui se ne va un pezzo della mia infanzia e della mia giovinezza. È come se qualcuno avesse spento una luce che illuminava i miei ricordi di quelle serate in cui la famiglia si riuniva davanti al televisore, con la certezza che Baudo avrebbe guidato la nave senza scossoni.

Mi rendo conto che il sentimento che provo non è soltanto dolore per la sua scomparsa, ma malinconia per un tempo che non tornerà più. Baudo era legato a un’Italia che non esiste più: più ingenua forse, ma anche più capace di condividere. Cosa resta oggi, allora, di Pippo Baudo? Restano le immagini, certo, i filmati d’archivio, le canzoni lanciate nei suoi programmi, le battute diventate famose. Ma soprattutto resta un esempio di professionalità e di rispetto. In un’epoca in cui tutto è veloce, aggressivo, rumoroso, la sua figura ci ricorda che si può fare televisione — e, per estensione, si può vivere — con misura, con serietà, con rispetto per chi ascolta. Forse non era perfetto, forse a volte appariva troppo severo, forse non era sempre al passo con le mode. Ma era autentico. E questa autenticità è ciò che manca di più oggi.

Addio a Pippo Baudo, dunque. Non solo al re della televisione, ma a un uomo che ha incarnato un’idea di Paese, un modo di stare insieme, una stagione che oggi sembra lontanissima. La sua morte ci ricorda che non perdiamo soltanto le persone, ma anche i mondi che quelle persone portavano con sé. E allora penso che il modo migliore per ricordarlo non sia soltanto guardare indietro, ma provare a portare avanti un po’ di quello spirito: l’idea che ogni parola detta davanti a un microfono, ogni spettacolo condiviso, ogni momento di intrattenimento, debba avere rispetto di chi ascolta. Baudo ha vissuto circondato dall’affetto del pubblico, ed è morto circondato dagli affetti più intimi, nella sua Sicilia. Forse è giusto così: come se la vita gli avesse concesso di essere re sul palcoscenico, e uomo tra la sua gente. E noi, che l’abbiamo seguito e amato, non possiamo che dirgli grazie.







14 agosto 2025

Perché Mario Tozzi sbaglia sul Ponte sullo Stretto

 Non è un capriccio, è un investimento strategico.

Abbiamo la tecnologia per costruirlo in sicurezza: manca solo la volontà di provarci.


Non fermarsi davanti alla paura

Leggendo l’intervento di Mario Tozzi, non posso non notare un certo schema ricorrente che vedo spesso quando si parla di grandi opere in Italia: la visione viene sepolta sotto una montagna di “non si può” e “non si deve”, finché ogni progetto ambizioso diventa un tabù.

Io non credo che il Ponte sullo Stretto sia carta pesta, come lui lo definisce. Anzi, lo considero un’opera simbolica e strategica, capace di unire fisicamente e mentalmente due regioni che per troppo tempo sono state trattate come periferia del Paese.

I rischi sismici? Certo che esistono. Ma esistono anche in Giappone, dove ogni anno vengono costruite infrastrutture complesse in aree ad alta sismicità, e non per questo si rinuncia. La tecnologia moderna consente di progettare ponti e strutture in grado di resistere a scosse violentissime: basta volerlo e investire nella progettazione, non fermarsi a un fatalismo che sembra dire “meglio non fare nulla, così non rischiamo”.
Il paragone con “due cimiteri uniti” mi pare più una provocazione retorica che un’analisi tecnica: se vogliamo ragionare seriamente, dobbiamo parlare di ingegneria, materiali, simulazioni e piani di emergenza, non di immagini apocalittiche.

Quanto agli studi mancanti, se davvero non sono stati completati, la soluzione non è usare questa mancanza per affossare l’opera, ma accelerare e completarli. Ogni grande progetto richiede analisi e monitoraggi, ma questo non può essere un alibi per restare fermi altri trent’anni.

E sul “piace più a chi sta lontano” non sono d’accordo: ci sono tanti siciliani e calabresi che vedono nel ponte una possibilità concreta di sviluppo, turismo e lavoro, e non solo un simbolo. 

In sintesi, io credo che il Ponte sullo Stretto non sia un capriccio, ma un passo di visione strategica. Non possiamo continuare a dire “non si può” ogni volta che il Paese tenta un salto in avanti. I rischi si studiano, si gestiscono e si minimizzano, ma il progresso richiede anche coraggio.


Il rischio sismico come sfida, non come condanna

Tozzi usa un’immagine forte: unire due cimiteri. È una frase d’effetto, ma poco utile a un’analisi seria.

Se applicassimo questo ragionamento ovunque, non avremmo Tokyo, San Francisco o Santiago del Cile.

La verità è che le aree sismiche non sono condannate all’immobilismo: si costruisce con tecnologie antisismiche avanzate, sistemi di monitoraggio continuo e progettazioni capaci di resistere a scosse violentissime.


Esempi internazionali


- Ponte di Akashi-Kaikyō (Giappone): 3,9 km di campata centrale, resiste a venti di 290 km/h e scosse oltre magnitudo 8. Durante la costruzione, un terremoto 6,8 spostò un pilone di 120 cm: il progetto fu adattato e completato.

- Golden Gate (California): rinforzato con un piano antisismico da 400 milioni di dollari, garantisce sicurezza in un’area a rischio elevato.

- Viadotto “Polcevera” di Genova: ricostruito in meno di due anni, con standard di sicurezza altissimi e sistemi di controllo in tempo reale.


Gli studi mancanti si fanno, non si usano come alibi

Tozzi denuncia la mancanza di studi ufficiali completi dell’INGV. Se è vero, è un problema serio. Ma la soluzione non è fermarsi: è completare subito quelle indagini, raccogliere dati, analizzare ogni affioramento e integrare i risultati nella progettazione.
La mancanza di conoscenza non è un buon motivo per dire “non facciamolo”. È semmai un invito a farlo meglio.


Un’opera che può cambiare la geografia economica

Il ponte non è un “giocattolo” per politici in cerca di consensi. È un’infrastruttura capace di ridurre tempi e costi di trasporto, di collegare porti, aeroporti e rete ferroviaria ad alta velocità, di dare alla Sicilia un ruolo centrale nel Mediterraneo.

Impatto previsto

- Tempi di attraversamento: da circa 1 ora (traghetto) a 3 minuti (ponte).

- Collegamento diretto alla rete AV italiana e ai corridoi europei TEN-T.

- Incremento turistico stimato: +20% nei primi cinque anni.

- Opportunità logistiche: sviluppo di hub portuali e intermodali per merci tra Africa, Sud Europa e Medio Oriente.


Il falso mito del “piace solo a chi sta lontano”

Tozzi sostiene che il ponte piaccia più a chi è distante. Non è così. Ci sono migliaia di siciliani e calabresi che lo vedono come un’opportunità concreta: imprese locali che potrebbero ampliare il raggio d’azione, giovani che sperano in nuovi posti di lavoro, operatori turistici che potrebbero finalmente vendere un Sud più accessibile.


La lezione del Giappone e il nostro ritardo

Quando il ponte di Akashi fu colpito dal terremoto durante la costruzione, in Giappone nessuno disse “fermiamo tutto”: si lavorò per adattare il progetto. Oggi è un’icona dell’ingegneria.
In Italia, invece, passiamo decenni a discutere e rinviare. Nel frattempo, perdiamo competitività e credibilità.


In Conclusione

La domanda vera non è “è sicuro?” - perché la sicurezza si può progettare - ma “vogliamo farlo?”.

Abbiamo la tecnologia, abbiamo le competenze, abbiamo esempi internazionali da seguire. Quello che ci manca è il coraggio di provare.

Il Ponte sullo Stretto può essere la prova che l’Italia sa ancora costruire, innovare e unire.
E il vero fallimento sarebbe rinunciare ancora una volta.

 

Donbass: dietro le mappe, le vite che contano davvero

 


Leggo degli ultimi sviluppi nel Donbass e non posso fare a meno di sentire un peso dentro. È facile per noi, dall’altra parte dello schermo, guardare mappe, numeri e resoconti militari come se fossero solo dati. Ma dietro quei numeri ci sono persone. E ogni giorno che passa, il prezzo umano di questa guerra diventa più evidente e inaccettabile.

L’Ucraina controlla ancora circa il 30% della regione, comprese città strategiche come Komsomolsk e Kramatorsk. La Russia avanza lentamente, cercando di dimostrare al mondo che sta vincendo. E mentre i leader discutono di concessioni territoriali e strategie militari, chi paga il prezzo più alto sono sempre i soldati sul campo e i civili intrappolati in una guerra che sembra non finire mai.

I numeri delle perdite sono scioccanti: per ogni soldato ucraino ucciso, ce ne sono tre russi. Solo l’11 agosto, più di 500 soldati russi sono caduti, mentre le vittime ucraine, pur minori nei numeri, parlano di un dolore altrettanto reale: morti, dispersi, feriti. Ogni cifra rappresenta famiglie distrutte, sogni interrotti, vite spezzate che nessuno racconterà nei telegiornali.

Mi fa riflettere il fatto che conquistare un territorio può sembrare relativamente semplice, ma mantenerlo è un’impresa quasi impossibile. Eppure, ogni giorno leggiamo di avanzate e ritirate come se fossero semplici mosse su una scacchiera. La realtà è che dietro ogni metro conquistato ci sono sacrifici e sofferenze immense.

E poi c’è la dimensione psicologica della guerra. La Russia non avanza solo con le armi, ma anche con la narrativa: creare l’impressione di vittoria, manipolare il contesto informativo, convincere il mondo che le sue conquiste siano inevitabili. Questo mi fa riflettere su quanto la percezione pubblica sia fragile e facilmente manipolabile, e su quanto sia urgente ricordare che dietro le strategie ci sono esseri umani.

Scrivere queste righe è il mio piccolo atto di resistenza contro l’indifferenza. Voglio ricordare a me stesso e ai lettori che il Donbass non è solo una regione sulla mappa, non è solo territorio conteso o strategia militare. È un luogo dove ogni giorno si combatte per la sopravvivenza, dove ogni vita conta davvero, e dove la guerra mostra il suo volto più crudele e reale.

Alla fine, ciò che mi colpisce di più è quanto fragile sia la vita. Tutto quello che noi diamo per scontato, la possibilità di svegliarsi la mattina, di tornare a casa, di vedere i propri cari, qui diventa un lusso. E mentre il mondo discute di conquiste, strategie e numeri, io penso a quel che davvero conta: la sopravvivenza, la dignità e la memoria di chi non tornerà più.

E allora chiudo con un’immagine che non riesco a togliere dalla mente: ogni casa bombardata, ogni strada desertificata, ogni volto perso tra le macerie è un grido silenzioso che chiede di non essere dimenticato. Non possiamo permetterci di ridurre la guerra a statistiche e mappe. Dietro ogni metro conquistato, c’è un cuore che batte, una storia che merita di essere raccontata, una vita che, anche se spezzata, continua a chiedere giustizia.

 








13 agosto 2025

Chi custodirà le nostre porte digitali sull’offerta di Perplexity per Google Chrome?

 

La notizia che la startup di intelligenza artificiale Perplexity abbia offerto 34,5 miliardi di dollari per acquistare Google Chrome mi ha colpito non tanto per il dato economico, cifre così alte sembrano provenire da un altro pianeta, quanto per ciò che rappresentano: l’idea che il nostro modo di entrare in internet, lo spazio in cui cerchiamo risposte e costruiamo la nostra quotidianità digitale, possa cambiare padrone.

Chrome, per me, non è mai stato solo un browser. È stato il luogo in cui ho digitato domande di ogni tipo: quelle ingenue e quelle dolorose, quelle per lavoro e quelle per la mia vita privata. È il posto in cui ho cercato il significato di una parola sconosciuta e quello in cui ho comprato il primo regalo per una persona importante. È, insomma, una parte silenziosa della mia memoria digitale.

Sapere che una startup, per quanto brillante e ambiziosa, voglia comprare questa porta d’accesso mi fa riflettere su cosa significhi davvero “possesso” nel mondo digitale. Non è solo un affare tra aziende: è il controllo di come io, e miliardi di altre persone, entriamo in contatto con il sapere, con le notizie, con la realtà. E so bene che, al di là delle dichiarazioni su “libertà” e “concorrenza”, dietro ogni interfaccia c’è un algoritmo che decide cosa mostrarmi per primo e cosa lasciare sul fondo.

La parte che mi inquieta di più è che tutto questo avviene mentre noi utenti restiamo spettatori passivi. Ci accorgiamo dei cambiamenti solo quando un aggiornamento ci obbliga a rivedere le impostazioni o quando qualcosa “non funziona più come prima”. Ma la vera trasformazione avviene sotto la superficie: nei rapporti di forza tra chi possiede le nostre porte di ingresso al web.

E forse è proprio questo che temo: che, tra Google e Perplexity, tra il vecchio colosso e il nuovo sfidante, io resti comunque un ospite in casa d’altri, con le regole decise altrove. Perché internet, oggi, è diventato un insieme di porte custodite e ogni volta che crediamo di essere liberi di aprirle, scopriamo che la chiave non è mai nelle nostre mani.

Forse un giorno il browser che apro ogni mattina avrà un nome diverso o un’anima diversa.
Forse cambierà il logo, il colore, il modo in cui mi risponde quando cerco qualcosa.
Ma resterà sempre quella sensazione sottile di attraversare una soglia: come entrare in una stanza dove qualcuno ha già deciso come disporre i mobili, quale luce accendere, quali finestre aprire.
E io, con le mie domande e le mie fragilità, continuerò a cercare uno spiraglio che sia davvero mio, un angolo dove il mondo mi arrivi senza filtri, dove la curiosità non abbia padrone.
Perché alla fine, in questo oceano di porte digitali, il vero lusso non sarà possedere un browser o un motore di ricerca, ma riuscire a restare liberi dentro ogni volta che lo usiamo.

 

10 agosto 2025

Landini, la CGIL e 45.000 tessere stracciate: il sindacato che non ascolta più

 

C’è un dato che dovrebbe far tremare i muri di Corso d’Italia: 45.000 iscritti in meno in meno di un anno. Non parliamo di pensionamenti naturali o di cali fisiologici: parliamo di persone che, tessera alla mano, hanno deciso di dire “basta”. Un fiume in uscita che la segreteria della CGIL sembra guardare con il distacco di chi, da troppo tempo, non mette più piede nei luoghi reali del lavoro.

Maurizio Landini non è nato segretario generale. Landini è nato leader di fabbrica, quello che parlava sopra il rumore delle presse, che difendeva la dignità degli operai della FIOM quando Marchionne era l’uomo da battere. Quell’immagine era la sua forza: credibile, diretta, con le mani sporche di officina e non di diplomazia da salotto.

Ma il Landini che oggi guida la CGIL è un’altra cosa.

È un leader sempre in TV, pronto a commentare dalla guerra in Ucraina alla Costituzione, dall’antifascismo alle politiche migratorie. Temi importanti, certo, ma che finiscono per oscurare il cuore della questione: chi oggi ha la tessera CGIL la paga per vedere risultati sul contratto, sul salario, sulla sicurezza in fabbrica, non per ascoltare un’opinione su ogni vicenda politica del Paese.

E invece i contratti ristagnano, i salari reali scendono, la precarietà dilaga. Nel frattempo, la CGIL sembra più interessata a fare opposizione al governo che opposizione al padrone. Non è un caso se molti ex iscritti lo dicono apertamente: “Non mi sento più rappresentato”.

Questa emorragia di tessere è il sintomo di un distacco culturale e organizzativo. La CGIL è rimasta una macchina enorme e burocratica, che si parla addosso e fatica a intercettare i giovani, i lavoratori autonomi, chi vive di contratti a chiamata o partite IVA mascherate. Laddove servirebbe ascolto, arriva ideologia; laddove servirebbe pragmatismo, arrivano proclami.

Il segretario, di fronte a 45.000 uscite, dichiara: “Non ci penso nemmeno” a dimettermi.
Ecco il vero problema: se il sindacato perde il suo popolo e il leader non si interroga, quel leader non è più parte della soluzione, ma del problema.

Landini aveva un’occasione storica: aprire le porte del sindacato alle nuove forme di lavoro, tornare nei luoghi produttivi, dare priorità alle buste paga e alla sicurezza. Ha preferito il ruolo di tribuno politico. La piazza applaude, ma la base se ne va. E quando la base se ne va, il sindacato resta un guscio vuoto che parla di popolo, ma non lo rappresenta più.

La CGIL ha bisogno di un bagno di realtà. E Landini dovrebbe essere il primo a tuffarcisi, prima che il fiume di tessere strappate diventi un esodo irreversibile.

 

 




Giuseppe Conte: il moralista a memoria corta

Dal “tecnico” super partes al politico di professione, la parabola di Conte è un manuale di trasformismo.


Dal Decreto Rilancio “a misura di suocero” al Reddito di Cittadinanza senza controlli, passando per la scarcerazione dei boss e la trasformazione del M5S in partito del sistema: il leader penta stellato attacca la Meloni dimenticando il suo passato.


C’è un Giuseppe Conte pubblico e uno privato. Quello pubblico lo conosciamo bene: elegante, forbito, sempre pronto a puntare il dito contro il governo di turno — oggi la Meloni — per ogni scelta, reale o presunta, che non condivide. Quello privato è quello che ha governato l’Italia due volte, lasciando dietro di sé una scia di sprechi, improvvisazioni e trasformazioni politiche calcolate al millimetro.

Oggi Conte si presenta come il campione dell’opposizione, il moralista a tempo pieno, il custode della legalità e del buon senso. Ma la memoria corta è diventata il suo miglior alleato.

E allora vale la pena ricordargli qualche “dettaglio” che preferirebbe cancellare.

C’è il Decreto Rilancio, nato per salvare l’economia in piena pandemia e passato alla storia come il decreto che salvò anche l’azienda del suocero. Nessuna illegalità, certo. Ma in politica la forma conta, e qui la forma era quella del conflitto di opportunità bello e servito.

C’è il Reddito di Cittadinanza, distribuito a pioggia con controlli ridicoli, finito nelle tasche di truffatori, criminali e chi dichiarava il falso. Una misura costosa e fragile, venduta come lotta alla povertà ma che, in troppi casi, ha finanziato l’imbroglio.

C’è il caso Bonafede, il suo ministro della Giustizia, che nel pieno dell’emergenza sanitaria fece uscire dal carcere boss mafiosi e criminali di alto profilo con la scusa del rischio Covid. Una macchia indelebile sulla credibilità dello Stato, di cui Conte non sembra mai voler parlare.

Poi c’è l’inventario degli sprechi e delle scelte surreali: bonus monopattini, bonus vacanze, banchi a rotelle, task force infinite e decreti raffazzonati annunciati in conferenze stampa notturne da leader illuminato.

E infine, il capitolo politico: Conte non si è limitato a governare. Ha anche scalato e trasformato il Movimento 5 Stelle, il partito che lo aveva portato a Palazzo Chigi, nato come forza antisistema. Lo ha svuotato della sua identità originaria, cacciando di fatto il fondatore Beppe Grillo dal ruolo di guida politica e trasformandolo in un partito tradizionale, perfettamente integrato in quel sistema che i 5 Stelle avevano giurato di combattere. Da megafoni in piazza a poltrone nei palazzi, il passaggio è stato rapido e silenzioso.

Oggi Conte attacca la Meloni su sicurezza, armi, gestione economica. Criticare è legittimo, ma farlo senza mai fare autocritica è ipocrisia pura. Perché chi ha approvato decreti “a misura di famiglia”, distribuito sussidi senza controlli, liberato criminali per decreto e annacquato un movimento politico fino a snaturarlo, non può presentarsi come il depositario della purezza politica. Conte è maestro nella predica a orologeria: colpisce gli altri quando conviene, cancella il passato quando riguarda lui. Ma la storia recente è lì, a ricordarci che, prima di giudicare, un leader serio deve guardarsi allo specchio e riconoscere i propri errori. E nel caso di Conte, quello specchio rischia di restituire un’immagine che non ha nulla a che vedere con il moralista impeccabile che vediamo in tv. Ma piuttosto con un politico, se politico si può dire, come tanti altri. Forse anche peggio: uno che ha iniziato da “avvocato del popolo” e ha finito da “avvocato di se stesso”.

 


Vertice in Alaska: quando il luogo diventa messaggio

Trump e Putin si incontreranno nella terra che un tempo apparteneva alla Russia. Una scelta che non è solo geografica, ma profondamente simbolica.

 

C’è qualcosa di profondamente simbolico — e inquietante — nella scelta di Donald Trump di incontrare Vladimir Putin in Alaska per discutere dell’Ucraina.
Non è solo una questione geografica, è una questione di memoria. L’Alaska non è un luogo neutrale: fu venduta dagli zar alla fine dell’Ottocento, e per Mosca è ancora oggi un ricordo amaro, un pezzo di impero perduto.

Scegliere proprio questa terra come sfondo per un vertice con il leader di un Paese che sta conducendo una guerra di conquista, significa inevitabilmente aggiungere un sottotesto che va oltre le intenzioni dichiarate.
È come invitare il passato a sedersi al tavolo delle trattative.

Le parole ufficiali parleranno di pace, di accordi, di “progressi possibili”.
Ma l’Alaska porta in sé una simbologia che rischia di sovrastare i contenuti: montagne immobili, distese di ghiaccio, silenzi carichi di storia. Una terra che, nel linguaggio dei nazionalisti russi, è ancora “nostra”, come recitava un cartellone apparso in Siberia due anni fa.

Intanto, mentre le luci delle telecamere illumineranno sorrisi e strette di mano, in Ucraina il cielo continuerà a essere tagliato da droni.
Le città si sveglieranno sotto il rombo delle esplosioni, e i numeri — due morti, sei feriti — scorreranno in fretta nei notiziari, troppo in fretta per restare impressi.

Io, come la senatrice Lisa Murkowski, oscillerei tra speranza e diffidenza.
Speranza che un incontro, per quanto imperfetto, possa aprire una breccia nella guerra.
Diffidenza perché la diplomazia, quando si traveste da scenografia, rischia di trasformarsi in propaganda.

In politica internazionale, i luoghi non sono mai solo luoghi.
Sono messaggi, simboli, promesse o rivendicazioni mascherate.
E l’Alaska, in questo caso, è un palcoscenico che parla da solo.

Il rischio? Che tra la neve e il ghiaccio si scambi il gesto per il contenuto.
E che, una volta ancora, la storia non faccia un passo avanti, ma un passo indietro.


09 agosto 2025

Sant’Elia, una vittoria della memoria sul cemento verde


 

Ci sono notizie che, al di là delle sigle e delle carte ufficiali, parlano direttamente al cuore di una comunità. La decisione del ministro Guido Crosetto di escludere il colle di Sant’Elia dal bando per i parchi fotovoltaici dell’Agenzia Difesa Servizi non è soltanto un atto amministrativo: è un segnale che, quando le istituzioni ascoltano il territorio, la tutela del paesaggio può vincere sulle logiche dell’occupazione indiscriminata degli spazi.

Non si tratta di un rifiuto alle energie rinnovabili, anzi, sono una necessità urgente, ma della consapevolezza che non tutti i luoghi possono essere sacrificati sull’altare di un progresso mal pianificato. Sant’Elia, con i suoi 37 ettari affacciati sul mare, non è solo “terra militare dismessa”: è un punto d’orizzonte, un archivio di memoria, un simbolo identitario per Cagliari e per la Sardegna.

L’accordo Stato-Regione del 2008, spesso dimenticato, viene oggi richiamato a protezione di questo lembo di costa. È un precedente importante: dimostra che le promesse, se tenute vive dalla volontà politica e dalla mobilitazione civica, possono essere rispettate.

Il merito di questo risultato va condiviso: alla Regione, al Comune, alle associazioni e ai cittadini che hanno difeso la vocazione del luogo; ma anche al ministero che ha saputo leggere lo spirito della richiesta. È una rara convergenza in tempi di conflitti istituzionali e di contrapposizioni sterili.

Sant’Elia resterà com’è: un guardiano silenzioso sul mare, un confine tra la città e l’orizzonte, una pagina di paesaggio che non può essere riscritta. Non è solo un trionfo del buon senso, ma una vittoria della memoria. Perché ci sono luoghi che non appartengono davvero né allo Stato né alla Regione: appartengono alla gente che li vive, li guarda, li ricorda.

E allora, lasciamolo così com’è, Sant’Elia:

col suo vento che sa di sale, le ombre lunghe al tramonto che allungano il profilo delle rocce, le storie invisibili che si mescolano al rumore delle onde.

Lasciamolo ai passi lenti di chi sale per guardare la città dall’alto, agli occhi che cercano l’orizzonte come promessa di libertà, ai ricordi che sanno trovare posto tra i cespugli di lentisco e il canto dei gabbiani.

Perché certi luoghi non hanno bisogno di essere trasformati: devono solo essere custoditi, come si custodisce una parola importante, pronunciata una volta sola e mai dimenticata.

In vigore il Media Freedom Act, ecco cosa prevede

 

Il nuovo regolamento europeo promette tutele e trasparenza, ma in Italia la libertà di stampa resta un equilibrio fragile.


In Europa, da oggi, c’è una legge che promette di difendere la libertà di stampa come mai prima.
Si chiama Media Freedom Act e vieta lo spionaggio ai giornalisti, protegge le fonti, rende trasparenti proprietà e finanziamenti dei media.

È un testo ambizioso, pensato per spegnere le zone grigie che da anni indeboliscono il diritto di cronaca.

Ma io, che ho visto come funziona davvero il rapporto tra politica, potere e informazione, non riesco a festeggiare senza riserve. Perché la libertà, quella vera, non si conquista con una firma a Bruxelles: si difende ogni giorno, nelle redazioni e per strada, anche quando la legge sembra dalla nostra parte.

Il Media Freedom Act, entrato in vigore il 7 maggio 2024 e applicabile da oggi in tutti i Paesi UE, introduce tutele che fino a ieri non erano mai state sancite a livello comunitario:

Trasparenza sui proprietari dei media e sugli investimenti pubblicitari ricevuti.

Garanzie di indipendenza per i media pubblici.

Divieto di pressioni o spyware per costringere i giornalisti a rivelare le proprie fonti.

Sulla carta, un progresso epocale.

Nella realtà, un terreno ancora instabile.

·         Ho conosciuto giornalisti che hanno perso il lavoro per un’inchiesta troppo scomoda.

·         Ho visto colleghi costretti a cambiare computer e telefoni più volte in un anno, per timore di intrusioni.

·         Ho ascoltato racconti di “consigli amichevoli” arrivati dall’alto, frasi pronunciate con un sorriso ma che lasciavano il gelo nello stomaco.

Sono episodi che il Media Freedom Act vorrebbe impedire, ma che non si cancellano con una firma. Perché le pressioni non sono sempre visibili: a volte arrivano sotto forma di tagli di budget, di incarichi tolti, di isolamento professionale. La censura oggi indossa abiti eleganti: non ti dice “non pubblicare”, ma ti mette nelle condizioni di non poterlo fare.

C’è poi la clausola della “sicurezza nazionale”: uno spiraglio che permette, in casi estremi, di aggirare alcune tutele. È un concetto vago, interpretabile, e sappiamo bene come, in mani sbagliate, possa diventare una scappatoia per controllare ciò che non si vuole far emergere.

E c’è il tema dei media pubblici: nomine trasparenti, criteri chiari, finanziamenti adeguati. Tutto giusto, ma chi garantisce che queste regole non diventino l’ennesimo terreno di scontro politico? La proposta iniziale prevedeva bilanci pluriennali per dare stabilità e indipendenza. Poi si è scesi a compromessi. E nei compromessi, troppo spesso, la libertà perde forza.

In Italia, come in altri Stati membri, la legge non è ancora stata pienamente applicata. Questo è già un segnale. Perché la libertà di stampa non è una priorità solo quando si è sotto i riflettori internazionali: dovrebbe esserlo sempre. E se un Paese aspetta, rinvia, tergiversa, allora significa che c’è ancora strada da fare.

Il Media Freedom Act è come un lampione acceso in una strada buia: illumina un tratto, ma lascia il resto nell’ombra.

E in quell’ombra, ancora, camminano i rischi, le minacce silenziose, i compromessi che non finiscono nei comunicati ufficiali.

Io voglio crederci, voglio pensare che tra qualche anno potremo dire che questa legge ha davvero cambiato le cose.

Ma so anche che il suo successo dipenderà da altro: dalla coscienza critica dei giornalisti, dalla trasparenza delle redazioni, dalla volontà dei cittadini di pretendere un’informazione libera.

Perché la libertà di stampa non si firma.

Si difende, ogni giorno.

E tu cosa ne pensi? 

La nuova legge europea cambierà davvero il giornalismo o resterà solo una promessa?

Condividi la tua opinione nei commenti qui sotto o diffondi questo articolo: la libertà di stampa vive anche grazie al dibattito pubblico.

05 agosto 2025

Giustizia e parole pericolose

 

Il presidente dei magistrati Parodi ha fatto un passo falso? di Paolo Corrias

"Un processo ha evidentemente una ricaduta politica".
Con questa frase, Cesare Parodi – presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati – ha innescato un terremoto istituzionale che nemmeno una rettifica tardiva è riuscita a placare.

Quando un magistrato parla, dovrebbe farlo con la misura e il senso del limite che la sua funzione impone. Quando lo fa il presidente dell’Anm, deve ricordare che ogni parola è un messaggio che può orientare la fiducia dei cittadini e incrinare l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Parodi ha provato a correggere il tiro, dicendo che il suo era un ragionamento generale, che non aveva citato alcun nome. Ma il danno, almeno sul piano dell’opinione pubblica, era già stato fatto. E la replica netta del ministro Nordio (“sconcertato”, “inaccettabile invasione di campo”) lo dimostra.

Sostenere che un’inchiesta possa avere conseguenze politiche non è falso. Il problema, però, è che detta così, in un contesto come quello attuale, la frase suona come un’ammissione di potere e influenza che va ben oltre il confine del diritto. Non è un ragionamento astratto: è un messaggio concreto, pronunciato nel bel mezzo di un caso che tocca da vicino il Ministero della Giustizia.

Anche se Parodi non ha nominato esplicitamente Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Nordio, chi ascolta coglie immediatamente il sottinteso. È questo il vero scandalo: la capacità – consapevole o meno – di evocare scenari politici in un ambito che dovrebbe restare immune da ogni sospetto di partigianeria.

Un magistrato che parla di “ricadute politiche” dei processi apre una breccia pericolosa. Perché se la giustizia è consapevole del suo potere di condizionamento politico, il rischio è che smetta di essere solo arbitro e inizi, lentamente, a giocare la partita.

Ciò che colpisce, in tutta questa vicenda, è la leggerezza. L’apparente disinvoltura con cui si è lasciato sfuggire un pensiero che dovrebbe restare fuori dal vocabolario istituzionale della magistratura. È vero, come diceva Metastasio, che "la voce dal sen fuggita, più richiamar non vale". Ma proprio per questo, chi ricopre ruoli apicali deve riflettere due volte prima di parlare.

La democrazia si regge su equilibri delicati. Il potere giudiziario ha una forza straordinaria, ed è giusto che ce l’abbia. Ma quando chi ne è al vertice dimentica di misurare ogni parola, si insinua il dubbio che quella forza possa diventare strumento di pressione. Un sospetto che, anche se infondato, fa male. Perché mina la fiducia, crea fratture e avvelena il clima.

Il passo falso di Parodi non è una semplice gaffe. È un errore politico, oltre che istituzionale. E il fatto che abbia dovuto correggersi così rapidamente ne è la prova evidente. È giusto prenderne atto, come ha fatto anche Gasparri. Ma è altrettanto giusto non dimenticare.

Perché la giustizia, per essere davvero tale, ha bisogno di silenzio, equilibrio, sobrietà. E soprattutto di parole che non sembrino mai minacce velate, anche quando vengono spacciate per riflessioni generiche.


04 agosto 2025

Il teatrino degli indignati a comando

 
Riflessione di Paolo Corrias sulla degenerazione del confronto pubblico.

 Mi sono preso del tempo. Non per rispondere, ma per osservare. In silenzio. Ho aperto i profili di certi personaggi che riempiono i social come fossero orinatoi pubblici: si entra, si sfoga rabbia, e si esce più leggeri.

Ho letto i loro post, i loro commenti, i meme velenosi e le frasi "coraggiose" partorite con lo stampino. Tutti uguali. Tutti indignati. Tutti "antifascisti", ma solo il 2 agosto o in occasione del prossimo anniversario utile a collezionare like. Una rabbia organizzata, selettiva, che ha più a che fare con la militanza ideologica che con la verità. E men che meno con il rispetto.

Gente che si finge pensante, ma che non pensa. Gente che “condivide”, ma non analizza. Che “commenta”, ma non elabora. Che parla di memoria, ma non ne conosce né i fatti né i contesti. Ripetono parole non loro, come automi con lo sguardo fisso sulla prossima indignazione utile.

Uno in particolare mi ha colpito. Ha avuto l’ardire – o forse il piacere – di raffigurare Giorgia Meloni con i tratti di un nazista, contornando il tutto con una lettera che vorrebbe essere solenne ma suona come un atto d’accusa teatrale e rabbioso, privo di ogni tensione intellettuale. L’ha firmata “Jabo Testi”, come se fosse un intellettuale perseguitato, un eroe solitario, un fustigatore della storia. Peccato che l’effetto sia solo quello di uno sfogo isterico, pieno di presunzioni morali ma vuoto di pensiero autentico.

Perché il problema non è la critica. La critica è sacra. Il problema è la cieca furia con cui si costruisce un capro espiatorio permanente, e su quel volto – oggi quello della Presidente del Consiglio – si riversano tutte le frustrazioni represse, tutto il rancore di chi ha smesso di pensare con la propria testa.
Dipingere Giorgia Meloni come “complice morale” della strage di Bologna solo perché non pronuncia una parola in modo conforme alla narrazione imposta da alcuni ambienti non è né critica né giornalismo. È fanatismo. È odio travestito da giustizia.

Mi chiedo: queste persone sanno cosa sia davvero il fascismo? Ne hanno mai studiato le derive, le complicità, le tragedie? O per loro “fascista” è solo un’etichetta da appiccicare a chi non vota come loro? A chi osa pensare fuori dal recinto dell’ortodossia?
Non è Giorgia Meloni a dover temere quel tipo di “giudizio”. Sono loro, questi piccoli inquisitori digitali, a doversi guardare allo specchio. Perché sono loro, oggi, i veri repressori del pensiero.
Non costruiscono ponti: scavano trincee. Non cercano la verità: cercano colpevoli. Non promuovono giustizia: distribuiscono anatemi.

E sapete qual è la cosa più triste? Che parlano a nome delle vittime. Parlano in nome della giustizia. Parlano in nome della verità. Ma non parlano con rispetto. Né delle istituzioni, né delle diversità di pensiero, né della complessità che ogni evento storico richiede.
Riducono tutto a un bianco e nero manicheo, in cui loro sono i giusti e chi non ripete il loro mantra è un mostro. Una Meloni “nazista”. Una premier “complice”. Una donna “colpevole” solo perché è di destra, perché è cresciuta in un ambiente politico che a loro fa paura, non perché faccia scelte criminali o sovversive.

E poi c’è l’ipocrisia. Perché chi dice “io non dimentico” dovrebbe ricordare tutto. Non solo ciò che gli fa comodo.

Chi non dimentica la bomba alla stazione di Bologna, dovrebbe anche ricordare – con la stessa rabbia, con la stessa dignità – gli assassinii delle BR, le morti per mano comunista, i crimini commessi in nome di un’ideologia rossa che ha seminato lutti per decenni.
E invece no. Io non li sento, questi indignati professionisti, dire con la stessa forza: io sono antibrigatista. Non li sento dire: io sono anticomunista. Come se il terrorismo avesse un solo volto, e tutti gli altri potessero essere perdonati o, peggio, dimenticati.

E allora io lo dico: io sono contro ogni violenza politica. Ma non accetto lezioni da chi si indigna a metà. Da chi grida “fascista!” ma tace quando si parla di comunismo reale, di lotta armata rossa, di odio di classe trasformato in sangue versato.
Perché questa indignazione a senso unico è una maschera. È selettiva, furba, strumentale. È utile a colpire il nemico politico, non a fare giustizia. Non a costruire memoria condivisa. Non a insegnare nulla.

La verità è che questa gente non vuole risposte. Vuole nemici. Non vuole chiarezza, vuole colpe. E se non ci sono, li costruisce.
E allora io lo dico senza paura: questo modo di fare “politica” – se così si può chiamare – è la vera ferita. È l’oscenità di chi pretende di difendere la democrazia comportandosi come un piccolo tiranno. Di chi dice “non dimentico”, ma ha dimenticato cosa sia il rispetto, cosa sia il confronto, cosa sia la libertà.
La libertà anche di non dire quella parola.
Perché la libertà, cari signori, si misura proprio quando si protegge anche chi non dice quello che vogliamo sentire.

Oggi più che mai serve pensiero. Serve confronto. Serve verità. Non questi processi sommari su Facebook, non le vignette indecenti, non gli insulti travestiti da indignazione.
Serve il coraggio di non odiare chi non ci somiglia.

Ecco, questa è la mia riflessione. Scomoda, forse. Ma mia. E almeno io l’ho scritta da solo.