Dalla polvere dei cortili agli scranni del potere:
perché i bulli non sono mai scomparsi, si sono solo evoluti – e oggi guidano
intere nazioni.
Confesso che ogni volta
che osservo la scena politica, nazionale e internazionale, ho un déjà-vu. Mi
sembra di tornare bambino, a quegli anni Sessanta in cui il mondo era piccolo
come la piazza del mio paese e il caporione – il bullo del rione – dettava legge.
All’epoca,
molti di noi vivevano in condizioni che oggi sarebbero difficili persino da
immaginare: due stanze per dieci persone, l’acqua che andava presa alla fontana
pubblica, la luce elettrica che arrivava a intermittenza, quando arrivava. Le
donne lavavano i panni a mano, la cenere del camino serviva a sbiancarli, i
bambini inventavano i loro giochi per strada. Non c’erano televisori, non
c’erano cellulari, non c’erano svaghi confezionati. E in quel microcosmo, il
bullo era la figura dominante.
Lui
decideva cosa fare, chi poteva giocare, chi doveva essere preso in giro. Era il
“caporione”, il piccolo despota del vicolo, quello che sapeva “menar le mani”
meglio degli altri e che si guadagnava il rispetto (o il timore) del gruppo.
Era lui a proporre le bravate, a lanciare le sfide più pericolose, a portare
tutti a rubare le mele dal frutteto del vicino o a fare dispetti alla vecchia
del paese. Chi si rifiutava veniva isolato, deriso, escluso dai giochi.
Quel
microcosmo era, in fondo, una metafora del mondo: il potere come esercizio di
forza, la leadership come imposizione, l’etica come optional.
Con
il tempo, l’Italia è cambiata. È arrivato il benessere, almeno quello
materiale. Le famiglie hanno avuto il frigorifero, la lavatrice, la televisione
in bianco e nero. I paesi del Sud si sono svuotati, milioni di persone hanno
preso il treno per Torino, Milano, Genova, in cerca di lavoro. L’Italia ha
conosciuto la sua “età dell’oro”, almeno secondo le statistiche economiche.
Eppure,
il caporione non è mai davvero scomparso. Ha solo cambiato abito. È passato dal
cortile al comizio, dalla sassata alla retorica urlata, dalla bravata all’atto
politico. Oggi lo ritroviamo in Parlamento, al governo, ai vertici delle
istituzioni.
Quando il bullo diventa politico
La
politica è diventata, troppo spesso, un’arena per bulli. Non quelli di
quartiere, ovviamente, ma figure che hanno interiorizzato la stessa logica:
imporre la propria volontà sugli altri, mostrare i muscoli, sfidare chiunque
dissenta.
Machiavelli
scriveva nel Principe
che “è molto più sicuro essere temuti che amati”. Molti leader contemporanei
sembrano aver fatto di questa massima il loro mantra. La paura diventa
strumento di governo. E il consenso, sorprendentemente, spesso li premia.
Perché
– e qui mi ci metto anch’io, come cittadino – quando le cose vanno male, quando
c’è incertezza, quando il mondo sembra sfuggirci di mano, cerchiamo l’uomo
forte, quello che “prende decisioni”. Ma come ammoniva Lord Acton:
“Il
potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe in modo assoluto.”
E
il rischio è che, nel nostro desiderio di sicurezza, finiamo per consegnare
troppo potere a chi ha già dimostrato di usarlo in modo autoritario.
Dalla Guerra Fredda all’illusione del “dopo
1989”
Io
appartengo a una generazione che ha visto crollare il Muro di Berlino. Ricordo
ancora le immagini in televisione, la gente che ballava sopra i blocchi di
cemento, il racconto di un’Europa che finalmente si ricongiungeva. Ci avevano
detto che stava iniziando un’era di pace e cooperazione. Francis Fukuyama
parlava di “fine della storia”, e noi ci abbiamo creduto.
Poi
è arrivata la realtà: guerre nei Balcani, attentati, crisi economiche,
terrorismo, pandemie. La storia non era affatto finita. E con ogni crisi, i
bulli della politica si sono rafforzati. Hanno alzato i toni, hanno chiesto
poteri speciali, hanno invocato emergenze permanenti.
La
pandemia da Covid-19 è stata, in questo senso, un laboratorio: divisione tra
“pro” e “contro”, tra “responsabili” e “negazionisti”, tra chi accettava le
regole e chi veniva additato come pericoloso dissidente. Il dibattito pubblico
si è polarizzato, la tolleranza è sparita. Non c’era più spazio per il dubbio,
per la domanda, per la ricerca delle cause profonde.
Hans
Morgenthau, il padre del realismo politico, scriveva che “la politica
internazionale, come ogni politica, è una lotta per il potere”. E negli ultimi
anni lo abbiamo visto con chiarezza: la guerra in Ucraina è stata trasformata
in un banco di prova ideologico, in una divisione manichea tra buoni e cattivi.
Numeri che fanno riflettere: il mondo in armi
I
numeri parlano chiaro, e sono impressionanti. Secondo il SIPRI,
nel 2024 la spesa militare mondiale ha toccato i 2.718 miliardi di
dollari, il 2,5% del PIL globale: il livello più alto mai
registrato. Stati Uniti, Cina, Russia, Germania e India insieme coprono il 60%
di questa cifra.
Gli
Stati Uniti da soli hanno speso quasi 970 miliardi di dollari,
più di quanto abbiano messo insieme i dieci Paesi successivi. Eppure, il debito
pubblico USA ha superato i 37 trilioni di dollari e
il deficit annuo si aggira attorno ai 1,9 trilioni. Solo gli
interessi sul debito federale ammontano a oltre 1.300 miliardi di
dollari l’anno: soldi che potrebbero andare in scuole,
ospedali, infrastrutture, e che invece servono a pagare il conto di un sistema
che continua a indebitarsi per sostenere, in gran parte, la spesa militare.
In
Europa la situazione non è molto diversa. La richiesta della NATO di portare le
spese per la difesa al 2% del PIL ha spinto molti governi ad aumentare i
bilanci militari. Si parla persino di un esercito comune europeo. Ma io mi
chiedo: davvero la sicurezza dei cittadini passa per altri carri armati, altri
missili, altre spese per la difesa?
Lezioni dalla storia
Non
c’è nulla di nuovo sotto il sole. Tucidide, nel celebre Dialogo dei Melii,
faceva dire agli Ateniesi:
“I
forti fanno ciò che possono e i deboli soffrono ciò che devono.”
La
storia è piena di imperi che hanno imposto il proprio volere sugli altri. Roma,
l’Impero britannico, l’URSS: tutti sono caduti. Tutti hanno pensato di poter
governare con la forza, e tutti si sono scontrati con il limite della storia.
Oswald
Spengler, nel Tramonto
dell’Occidente, ci ricorda che le civiltà hanno un ciclo vitale:
nascono, fioriscono, decadono. Oggi vediamo un mondo in transizione: il
monopolio americano è messo in discussione dalle potenze emergenti – Cina e
India in primis – e dalla Russia. È l’alba di un mondo multipolare.
La
domanda è: sapremo accompagnare questo passaggio in modo pacifico o sceglieremo
lo scontro? Samuel Huntington parlava di “scontro di civiltà”. Io preferirei
parlare di “incontro di civiltà”.
Un editoriale personale: cosa vorrei vedere
nella politica
Non
scrivo queste righe per rassegnazione. Scrivo perché credo ancora che la
politica possa essere altro. Che possa tornare ad essere dialogo, confronto,
intelligenza collettiva.
Vorrei
vedere leader che non siano caporioni, che non si impongano urlando più forte,
ma che sappiano ascoltare. Vorrei una politica che investa in ricerca, sanità,
cultura, non in missili. Vorrei governi che rispettino davvero la volontà
popolare, non che la aggirino con decreti e emergenze continue.
Albert
Einstein diceva:
“La
pace non può essere mantenuta con la forza; può essere solo raggiunta con la
comprensione.”
Ecco,
credo che questa frase dovrebbe stare scritta su ogni scranno parlamentare, su
ogni tavolo di trattativa internazionale.
Isolare i bulli: il ruolo dei cittadini
C’è
un punto su cui sono convinto: i bulli, in politica come nel cortile, comandano
solo se qualcuno li segue. Siamo noi, i cittadini, che possiamo isolarli,
sfiduciarli, rifiutare la logica dello scontro.
Non
è facile. Ci vuole coraggio per dire no, per rifiutare la retorica del nemico,
per chiedere soluzioni diplomatiche invece che escalation militari. Ma se non
lo facciamo, il prezzo lo pagheremo noi e i nostri figli.
Perché
il rischio, inutile nasconderlo, è enorme: in un mondo pieno di armi nucleari,
un errore di calcolo potrebbe portare a un disastro irreversibile. E in quel
caso, nessuno vincerebbe.
Tornare a scegliere la ragione
Oggi
più che mai sento l’urgenza di recuperare la ragione, di rimetterla al centro
della vita pubblica. Di smettere di lasciarci trascinare dai caporioni, dai
bulli in giacca e cravatta, da chi preferisce il clamore allo studio, lo
scontro al dialogo.
Lo
“spirito del mondo”, direbbe Hegel, sta andando in una nuova direzione: verso
un mondo multipolare, dove nessuno è più padrone assoluto. Possiamo
accompagnare questo cambiamento in modo intelligente, oppure opporci con forza,
rischiando di trascinare il mondo in nuovi conflitti.
Io
scelgo la prima strada. E spero che anche altri lo facciano. Perché il futuro –
se vogliamo che ci sia un futuro – non può essere costruito sulle urla dei
caporioni, ma sulla voce calma e ferma della ragione.


0 comments:
Posta un commento