Come un sogno di rinnovamento politico si è
trasformato, per molti, in una grande occasione mancata.
Perché, nel mio sguardo personale e severo, il M5S incarna una grande occasione mancata - tra democrazia promessa e centralismo reale, riforme bandiera e risultati dimezzati, scandali, giravolte e un consenso dimezzato.
Confesso: ho voluto
crederci. Ho seguito il Movimento 5 Stelle fin dalle origini con la curiosità
di chi intravede un varco nella muraglia della politica italiana. La promessa
era magnetica: trasparenza radicale, democrazia diretta, taglio ai privilegi,
cittadini competenti al posto dei professionisti della politica. Per un Paese
stanco di scandali, clientelismi e immobilismo, l’idea di una rivoluzione
gentile ma concreta era una boccata d’ossigeno. Poi sono arrivati i voti
(tanti), la responsabilità di governare e — soprattutto — la prova dei fatti.
Ed è lì, nella distanza tra parole e realtà, che per me si è consumata la
disillusione.
Parlo da osservatore
coinvolto e severo: oggi il M5S mi appare come la parabola perfetta di un
potenziale travolto dal potere, di un movimento che predicava orizzontalità e
ha finito per praticare verticalismo, che sventolava l’onestà come bandiera ma
ha inciampato in piccole e grandi incoerenze, che prometteva competenza diffusa
e ha esitato davanti alla macchina amministrativa. Il risultato? Un patrimonio
di fiducia dissipato, un’immagine appannata e, soprattutto, un’occasione
storica sprecata.
Dalla democrazia
diretta al centralismo: la promessa tradita
Il cuore del sogno era
Rousseau: la piattaforma che avrebbe dovuto abilitare un nuovo patto tra base e
vertice, con deliberazioni dal basso e scelte trasparenti. L’epilogo è stato,
invece, un divorzio rumoroso: nel 2021, dopo mesi di bracci di ferro legali e
polemiche sui dati degli iscritti e sulla governance, Davide Casaleggio ha
annunciato l’addio e Rousseau ha sospeso i servizi al Movimento. Il messaggio è
stato inequivocabile: la forma-movimento che voleva “disintermediare” la
politica si è scontrata con la realtà di un partito che accentrava, decideva e
litigava come gli altri. (Approfondimenti: Repubblica, 5 giugno 2021)
Il paradosso si è
compiuto tra il 2024 e il 2025, quando — a votazioni online chiuse e riaperte —
gli iscritti hanno approvato modifiche di statuto che hanno messo in soffitta
il “garante” Beppe Grillo e allentato la storica regola dei due mandati. La
retorica dell’eccezionalismo è stata piegata al pragmatismo di una forza ormai
strutturata: meno vincoli identitari, più spazio alla gestione. Per carità: è
la normalità della politica. Ma qui il punto è esattamente questo: il M5S è
diventato “normale”, smentendo la propria promessa fondativa. (Riferimenti
utili: Il Fatto Quotidiano, 24 nov 2024; RaiNews, 8 dic 2024; Corriere, 24 nov
2024)
La mia impressione
personale è netta: non è stato un percorso verso la maturità, ma una resa.
Quando una comunità nata per rovesciare i meccanismi della partitocrazia
finisce per riprodurli, l’elettore che aveva scommesso sull’eccezione si sente
ingannato. Non perché cambi idea — le idee evolvono — ma perché smette di
credere che quell’evoluzione sia ancora “sua”.
Le giravolte di
governo: “né di destra né di sinistra”, però con tutti
Il M5S ha governato con
la Lega nel 2018 (Conte I), poi con il PD e LeU (Conte II), quindi ha sostenuto
Mario Draghi fino alla crisi dell’estate 2022. La sequenza è scolpita nelle
cronache: alleanza “giallo-verde” (2018–2019), quindi “giallo-rossa”
(2019–2021), e infine larga maggioranza con Draghi (2021–2022), fino allo
strappo che ha portato allo scioglimento delle Camere. Nessuno scandalo: il
parlamentarismo è anche questo, compromesso e realismo. Ma per un movimento
nato per “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”, passare nel giro
di poche stagioni dall’abbraccio con Salvini all’intesa con il PD, per poi
sostenere il banchiere simbolo della tecnocrazia europea, ha significato
consumare il credito identitario.
Nel mio taccuino, quel
continuo riposizionamento è stato il punto di non ritorno: la coerenza promessa
sulla carta si è frantumata nella pratica. E non è solo una questione estetica.
La fiducia è materia fragile: si costruisce con poche scelte nette, si perde
con molte scelte contraddittorie. (Per i dettagli cronologici: vedi le voci sui
governi Conte I e II e le ricostruzioni sulla crisi del governo Draghi)
Il Reddito di
cittadinanza: la riforma-bandiera che ha diviso il Paese
Non ho mai considerato
il Reddito di cittadinanza un male in sé. Anzi, come strumento di sostegno alla
povertà ha avuto una funzione: ha dato ossigeno a famiglie fragili, ha messo un
argine in anni complicati. Ma il problema — lo si sapeva dall’inizio — era la
pretesa di farne un volano occupazionale senza avere un sistema di politiche
attive all’altezza. I centri per l’impiego non erano pronti, i “navigator” sono
stati un rabdomante istituzionale di breve stagione, e gli incentivi al lavoro
si sono scontrati con un mercato fatto di salari bassi, contratti precari e
divari territoriali. Gli studi indipendenti lo hanno notato: gli effetti
sull’occupazione sono stati deboli o difficili da misurare, mentre sul fronte
povertà il beneficio è stato più tangibile ma non risolutivo.
I numeri del contesto,
del resto, non raccontano una rivoluzione: nel 2023 l’ISTAT stima la povertà
assoluta stabile intorno al 9,7% degli individui e all’8,4% delle famiglie.
Parametri che testimoniano quanto sia arduo scardinare, da soli, fenomeni
strutturali. Nel 2024–2025 il Rdc è stato definitivamente archiviato e
sostituito dall’Assegno di inclusione (ADI) e dal Supporto per la formazione e
il lavoro (SFL). I dati INPS di metà 2024 fotografavano circa 625 mila nuclei
beneficiari ADI a maggio e un importo medio mensile di poco oltre 615–620 euro,
con una forte concentrazione nel Mezzogiorno; SFL, invece, contava poco meno di
100 mila beneficiari nella fase iniziale e una platea mediamente più adulta del
previsto. Sono numeri che dicono due cose: il bisogno sociale esiste e resta
massiccio; l’attivazione lavorativa è la vera incognita. (Approfondimenti:
ISTAT 2024; INPS Osservatorio ADI/SFL luglio 2024; Pagella Politica)
Perché considero questa
storia emblematica del M5S? Perché il Movimento ha avuto il merito di imporre
il tema della povertà come priorità nazionale, ma non ha costruito — o difeso
con lucidità — l’infrastruttura che ne garantisse gli effetti di lungo periodo:
servizi per l’impiego capaci, percorsi formativi seri, una strategia per alzare
salari e qualità del lavoro. Il risultato è stato una riforma-bandiera che ha
acceso un faro, sì, ma non ha cambiato la mappa.
Onestà e rimborsi: il
boomerang dell’etica a mezzo bonifico
Il M5S si è presentato
come moralizzatore, e in parte ha avuto il merito di alzare l’asticella
dell’attenzione pubblica su sprechi e privilegi. Proprio per questo, lo
scandalo dei rimborsi del 2018 — la famosa “rimborsopoli” — ha pesato più di
altri. Le verifiche giornalistiche (a partire dall’inchiesta de Le Iene) e le
ricostruzioni della stampa hanno documentato casi di bonifici annunciati e poi
annullati, restituzioni parziali, irregolarità varie. Il Movimento reagì con
espulsioni e richiami. Ma l’effetto reputazionale fu devastante, perché toccava
l’“anima” del brand: l’intransigenza sui soldi pubblici. (Per ricapitolare: Il
Post, Corriere, RaiNews, La Stampa)
Da osservatore, non mi
interessano tanto i singoli importi o le responsabilità personali — quelle
spettano alla magistratura e agli organi interni. Mi colpisce di più la
dinamica: quando costruisci la tua identità sull’etica contabile, non puoi
concederti neanche una scivolata. Eppure quella scivolata c’è stata, e ha
rimesso in discussione il patto morale con gli elettori.
La prova del governo
locale: Roma come specchio (impietoso)
Roma è stata il più
importante laboratorio amministrativo del M5S. L’elezione di Virginia Raggi nel
2016 rappresentò la chance di dimostrare che si poteva far meglio del “sistema”
che si denunciava. Ma la gestione dei rifiuti — tra impianti saturi, incendi,
discariche chiuse, bilanci di AMA contestati e consigli d’amministrazione a
rotazione — ha trasformato la Capitale in un caso di scuola. Nel 2019 la città
affrontò picchi di crisi con cassonetti traboccanti e appelli dell’azienda ai
cittadini a “produrre meno rifiuti”; nello stesso periodo, la guerra sui
bilanci di AMA e i continui cambi ai vertici restituivano l’immagine di
un’amministrazione in affanno strutturale. La vicenda giudiziaria sul bilancio
AMA del 2018, con il rinvio a giudizio di Raggi per calunnia (dopo richieste di
archiviazione), ha aggiunto un ulteriore strato di complessità e polemica.
Non sostengo che tutti
i guai di Roma siano “colpa del M5S”: sarebbe intellettualmente disonesto. Ma
l’aspettativa era quella di un cambio di marcia visibile. Quello che molti
romani hanno percepito, invece, è stata una fatica cronica a tenere insieme
visione, impianti, raccolta e governance. Per un movimento che prometteva
efficienza civica, è una ferita aperta.
Scissioni, espulsioni,
personalismi: il Movimento che si è mangiato il movimento
Ogni forza politica,
col tempo, fa i conti con leadership e correnti. Ma nel M5S la sequenza è stata
vorticosa: espulsioni, addii, rientri, fino alla scissione guidata da Luigi Di
Maio nel 2022, con la nascita del gruppo “Insieme per il futuro” e l’uscita di
oltre 60 parlamentari. Per una forza che rivendicava unità e disciplina, è
stato un colpo “di sistema”. Poi, nel 2024, l’atto simbolico: la messa in
discussione e, di fatto, l’archiviazione del ruolo del garante Beppe Grillo,
con votazioni online che hanno sancito il primato della nuova leadership di
Conte e il superamento di un vincolo (due mandati) eretto per anni a feticcio
identitario.
È qui che la mia
critica si fa più personale: ho la sensazione che il M5S non abbia saputo — o
voluto — istituzionalizzare il dissenso senza demonizzarlo. Dalla centralità
carismatica di Grillo si è passati alla centralità garbata di Conte, ma
l’architettura resta top‑down. Il risultato sono onde di scissioni e rientri,
anziché una fisiologia di confronto che, in altri partiti, produce linee
alternative senza scomuniche.
Il crollo del
consenso: dai fasti del 2018 al ridimensionamento del 2022
I numeri dicono più
delle impressioni. Nel 2018 il M5S è la lista più votata: oltre il 32% dei
consensi nazionali. Quattro anni dopo, alle politiche del 25 settembre 2022, il
Movimento totalizza circa il 15,5% al Senato, fuori da coalizioni. È una
perdita secca di più della metà dei voti. Che cosa si è rotto? Credo si siano
sommate tre linee di frattura: (1) la delusione di chi chiedeva rottura e ha
visto compromesso; (2) l’inefficacia percepita di alcune misure simbolo, come
il Rdc; (3) la fatica nei territori, dove l’amministrazione è misurata su
servizi e opere, non su slogan.
Chi conosce la politica
sa che i cicli di consenso vanno e vengono. Ma la parabola del M5S ha il sapore
amaro delle aspettative tradite: si era venduta la rivoluzione, è arrivata la
controriforma.
Il punto di principio:
perché, per me, “vergogna” non è un insulto ma una diagnosi
Usare la parola
“vergogna” è forte, lo so. Non è un epiteto, è una diagnosi civile: la vergogna
di un Paese che si è visto promettere la politica come servizio e ha ritrovato
la politica come mestiere; la vergogna di una comunità che ha provato a credere
all’idea che “uno vale uno” e si è ritrovata con leader indiscussi, carriere,
correnti, e con il ritorno dei professionisti della politica sotto altre
etichette; la vergogna di milioni di elettori che hanno chiesto coerenza e
hanno visto governare “con tutti”, ieri con Salvini, oggi con il PD, domani
chissà.
La vergogna, per me,
non nasce dal fatto che il M5S abbia sbagliato alcune mosse — sbagliano tutti —
ma dal fatto che abbia rinnegato i propri anticorpi: regole ferree, trasparenza
spinta, auto‑limitazioni. Se togli gli anticorpi, il sistema ti assorbe. E il
M5S si è fatto assorbire.
Le mie tre lezioni
(amara utilità di un esperimento)
1. Le piattaforme non sostituiscono le
istituzioni.
Senza una cultura organizzativa solida, la democrazia digitale rischia di
diventare plebiscito intermittente o lotta per il controllo dei dati. Rousseau
doveva essere uno strumento, non il feticcio di una legittimazione.
2. Le riforme non vivono da sole. Il Rdc ha mostrato che
una misura di sostegno ha bisogno di una filiera robusta per trasformarsi in
mobilità sociale. Senza servizi per l’impiego, formazione e salari dignitosi,
resta un tampone. La povertà non cala per decreto.
3. L’etica è binaria. Se fai dell’onestà il
tuo biglietto da visita, devi essere intransigente prima di tutto con te
stesso. “Rimborsopoli” non è stata “solo” un’inchiesta: è stata una crepa
nell’architrave morale del Movimento.
Conclusione:
l’occasione perduta
Non c’è soddisfazione
in questo bilancio. Avrei preferito raccontare un’altra storia: quella di un
movimento che, pur tra errori, riesce a fare scuola su come si governa con i
cittadini, su come si tagliano sprechi senza demagogia, su come si fa
inclusione sociale mentre si accresce la produttività. Invece devo constatare
che il M5S ha accompagnato il Paese in transizioni importanti senza guidarle
davvero. Ha acceso il dibattito, ha obbligato tutti a parlare di trasparenza e
di povertà - e questo resta - ma non ha costruito il modello che aveva
promesso.
Per questo, sì, lo
considero una “vergogna” politica: non perché peggiore degli altri, ma perché
si era presentato come migliore. E quando chi promette un’etica più alta
scivola a un’etica ordinaria, la caduta si sente di più. Non so se il M5S saprà
rigenerarsi - i partiti, come i sistemi complessi, sorprendono - ma so che la
fiducia persa costa anni. E l’Italia non ha più decenni da sprecare.


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