14 settembre 2025

Il Movimento 5 Stelle: da speranza a disillusione

Come un sogno di rinnovamento politico si è trasformato, per molti, in una grande occasione mancata.

Perché, nel mio sguardo personale e severo, il M5S incarna una grande occasione mancata - tra democrazia promessa e centralismo reale, riforme bandiera e risultati dimezzati, scandali, giravolte e un consenso dimezzato.

Confesso: ho voluto crederci. Ho seguito il Movimento 5 Stelle fin dalle origini con la curiosità di chi intravede un varco nella muraglia della politica italiana. La promessa era magnetica: trasparenza radicale, democrazia diretta, taglio ai privilegi, cittadini competenti al posto dei professionisti della politica. Per un Paese stanco di scandali, clientelismi e immobilismo, l’idea di una rivoluzione gentile ma concreta era una boccata d’ossigeno. Poi sono arrivati i voti (tanti), la responsabilità di governare e — soprattutto — la prova dei fatti. Ed è lì, nella distanza tra parole e realtà, che per me si è consumata la disillusione.

Parlo da osservatore coinvolto e severo: oggi il M5S mi appare come la parabola perfetta di un potenziale travolto dal potere, di un movimento che predicava orizzontalità e ha finito per praticare verticalismo, che sventolava l’onestà come bandiera ma ha inciampato in piccole e grandi incoerenze, che prometteva competenza diffusa e ha esitato davanti alla macchina amministrativa. Il risultato? Un patrimonio di fiducia dissipato, un’immagine appannata e, soprattutto, un’occasione storica sprecata.

Dalla democrazia diretta al centralismo: la promessa tradita

Il cuore del sogno era Rousseau: la piattaforma che avrebbe dovuto abilitare un nuovo patto tra base e vertice, con deliberazioni dal basso e scelte trasparenti. L’epilogo è stato, invece, un divorzio rumoroso: nel 2021, dopo mesi di bracci di ferro legali e polemiche sui dati degli iscritti e sulla governance, Davide Casaleggio ha annunciato l’addio e Rousseau ha sospeso i servizi al Movimento. Il messaggio è stato inequivocabile: la forma-movimento che voleva “disintermediare” la politica si è scontrata con la realtà di un partito che accentrava, decideva e litigava come gli altri. (Approfondimenti: Repubblica, 5 giugno 2021)

Il paradosso si è compiuto tra il 2024 e il 2025, quando — a votazioni online chiuse e riaperte — gli iscritti hanno approvato modifiche di statuto che hanno messo in soffitta il “garante” Beppe Grillo e allentato la storica regola dei due mandati. La retorica dell’eccezionalismo è stata piegata al pragmatismo di una forza ormai strutturata: meno vincoli identitari, più spazio alla gestione. Per carità: è la normalità della politica. Ma qui il punto è esattamente questo: il M5S è diventato “normale”, smentendo la propria promessa fondativa. (Riferimenti utili: Il Fatto Quotidiano, 24 nov 2024; RaiNews, 8 dic 2024; Corriere, 24 nov 2024)

La mia impressione personale è netta: non è stato un percorso verso la maturità, ma una resa. Quando una comunità nata per rovesciare i meccanismi della partitocrazia finisce per riprodurli, l’elettore che aveva scommesso sull’eccezione si sente ingannato. Non perché cambi idea — le idee evolvono — ma perché smette di credere che quell’evoluzione sia ancora “sua”.

Le giravolte di governo: “né di destra né di sinistra”, però con tutti

Il M5S ha governato con la Lega nel 2018 (Conte I), poi con il PD e LeU (Conte II), quindi ha sostenuto Mario Draghi fino alla crisi dell’estate 2022. La sequenza è scolpita nelle cronache: alleanza “giallo-verde” (2018–2019), quindi “giallo-rossa” (2019–2021), e infine larga maggioranza con Draghi (2021–2022), fino allo strappo che ha portato allo scioglimento delle Camere. Nessuno scandalo: il parlamentarismo è anche questo, compromesso e realismo. Ma per un movimento nato per “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”, passare nel giro di poche stagioni dall’abbraccio con Salvini all’intesa con il PD, per poi sostenere il banchiere simbolo della tecnocrazia europea, ha significato consumare il credito identitario.

Nel mio taccuino, quel continuo riposizionamento è stato il punto di non ritorno: la coerenza promessa sulla carta si è frantumata nella pratica. E non è solo una questione estetica. La fiducia è materia fragile: si costruisce con poche scelte nette, si perde con molte scelte contraddittorie. (Per i dettagli cronologici: vedi le voci sui governi Conte I e II e le ricostruzioni sulla crisi del governo Draghi)

Il Reddito di cittadinanza: la riforma-bandiera che ha diviso il Paese

Non ho mai considerato il Reddito di cittadinanza un male in sé. Anzi, come strumento di sostegno alla povertà ha avuto una funzione: ha dato ossigeno a famiglie fragili, ha messo un argine in anni complicati. Ma il problema — lo si sapeva dall’inizio — era la pretesa di farne un volano occupazionale senza avere un sistema di politiche attive all’altezza. I centri per l’impiego non erano pronti, i “navigator” sono stati un rabdomante istituzionale di breve stagione, e gli incentivi al lavoro si sono scontrati con un mercato fatto di salari bassi, contratti precari e divari territoriali. Gli studi indipendenti lo hanno notato: gli effetti sull’occupazione sono stati deboli o difficili da misurare, mentre sul fronte povertà il beneficio è stato più tangibile ma non risolutivo.

I numeri del contesto, del resto, non raccontano una rivoluzione: nel 2023 l’ISTAT stima la povertà assoluta stabile intorno al 9,7% degli individui e all’8,4% delle famiglie. Parametri che testimoniano quanto sia arduo scardinare, da soli, fenomeni strutturali. Nel 2024–2025 il Rdc è stato definitivamente archiviato e sostituito dall’Assegno di inclusione (ADI) e dal Supporto per la formazione e il lavoro (SFL). I dati INPS di metà 2024 fotografavano circa 625 mila nuclei beneficiari ADI a maggio e un importo medio mensile di poco oltre 615–620 euro, con una forte concentrazione nel Mezzogiorno; SFL, invece, contava poco meno di 100 mila beneficiari nella fase iniziale e una platea mediamente più adulta del previsto. Sono numeri che dicono due cose: il bisogno sociale esiste e resta massiccio; l’attivazione lavorativa è la vera incognita. (Approfondimenti: ISTAT 2024; INPS Osservatorio ADI/SFL luglio 2024; Pagella Politica)

Perché considero questa storia emblematica del M5S? Perché il Movimento ha avuto il merito di imporre il tema della povertà come priorità nazionale, ma non ha costruito — o difeso con lucidità — l’infrastruttura che ne garantisse gli effetti di lungo periodo: servizi per l’impiego capaci, percorsi formativi seri, una strategia per alzare salari e qualità del lavoro. Il risultato è stato una riforma-bandiera che ha acceso un faro, sì, ma non ha cambiato la mappa.

Onestà e rimborsi: il boomerang dell’etica a mezzo bonifico

Il M5S si è presentato come moralizzatore, e in parte ha avuto il merito di alzare l’asticella dell’attenzione pubblica su sprechi e privilegi. Proprio per questo, lo scandalo dei rimborsi del 2018 — la famosa “rimborsopoli” — ha pesato più di altri. Le verifiche giornalistiche (a partire dall’inchiesta de Le Iene) e le ricostruzioni della stampa hanno documentato casi di bonifici annunciati e poi annullati, restituzioni parziali, irregolarità varie. Il Movimento reagì con espulsioni e richiami. Ma l’effetto reputazionale fu devastante, perché toccava l’“anima” del brand: l’intransigenza sui soldi pubblici. (Per ricapitolare: Il Post, Corriere, RaiNews, La Stampa)

Da osservatore, non mi interessano tanto i singoli importi o le responsabilità personali — quelle spettano alla magistratura e agli organi interni. Mi colpisce di più la dinamica: quando costruisci la tua identità sull’etica contabile, non puoi concederti neanche una scivolata. Eppure quella scivolata c’è stata, e ha rimesso in discussione il patto morale con gli elettori.

La prova del governo locale: Roma come specchio (impietoso)

Roma è stata il più importante laboratorio amministrativo del M5S. L’elezione di Virginia Raggi nel 2016 rappresentò la chance di dimostrare che si poteva far meglio del “sistema” che si denunciava. Ma la gestione dei rifiuti — tra impianti saturi, incendi, discariche chiuse, bilanci di AMA contestati e consigli d’amministrazione a rotazione — ha trasformato la Capitale in un caso di scuola. Nel 2019 la città affrontò picchi di crisi con cassonetti traboccanti e appelli dell’azienda ai cittadini a “produrre meno rifiuti”; nello stesso periodo, la guerra sui bilanci di AMA e i continui cambi ai vertici restituivano l’immagine di un’amministrazione in affanno strutturale. La vicenda giudiziaria sul bilancio AMA del 2018, con il rinvio a giudizio di Raggi per calunnia (dopo richieste di archiviazione), ha aggiunto un ulteriore strato di complessità e polemica.

Non sostengo che tutti i guai di Roma siano “colpa del M5S”: sarebbe intellettualmente disonesto. Ma l’aspettativa era quella di un cambio di marcia visibile. Quello che molti romani hanno percepito, invece, è stata una fatica cronica a tenere insieme visione, impianti, raccolta e governance. Per un movimento che prometteva efficienza civica, è una ferita aperta.

Scissioni, espulsioni, personalismi: il Movimento che si è mangiato il movimento

Ogni forza politica, col tempo, fa i conti con leadership e correnti. Ma nel M5S la sequenza è stata vorticosa: espulsioni, addii, rientri, fino alla scissione guidata da Luigi Di Maio nel 2022, con la nascita del gruppo “Insieme per il futuro” e l’uscita di oltre 60 parlamentari. Per una forza che rivendicava unità e disciplina, è stato un colpo “di sistema”. Poi, nel 2024, l’atto simbolico: la messa in discussione e, di fatto, l’archiviazione del ruolo del garante Beppe Grillo, con votazioni online che hanno sancito il primato della nuova leadership di Conte e il superamento di un vincolo (due mandati) eretto per anni a feticcio identitario.

È qui che la mia critica si fa più personale: ho la sensazione che il M5S non abbia saputo — o voluto — istituzionalizzare il dissenso senza demonizzarlo. Dalla centralità carismatica di Grillo si è passati alla centralità garbata di Conte, ma l’architettura resta top‑down. Il risultato sono onde di scissioni e rientri, anziché una fisiologia di confronto che, in altri partiti, produce linee alternative senza scomuniche.

Il crollo del consenso: dai fasti del 2018 al ridimensionamento del 2022

I numeri dicono più delle impressioni. Nel 2018 il M5S è la lista più votata: oltre il 32% dei consensi nazionali. Quattro anni dopo, alle politiche del 25 settembre 2022, il Movimento totalizza circa il 15,5% al Senato, fuori da coalizioni. È una perdita secca di più della metà dei voti. Che cosa si è rotto? Credo si siano sommate tre linee di frattura: (1) la delusione di chi chiedeva rottura e ha visto compromesso; (2) l’inefficacia percepita di alcune misure simbolo, come il Rdc; (3) la fatica nei territori, dove l’amministrazione è misurata su servizi e opere, non su slogan.

Chi conosce la politica sa che i cicli di consenso vanno e vengono. Ma la parabola del M5S ha il sapore amaro delle aspettative tradite: si era venduta la rivoluzione, è arrivata la controriforma.

Il punto di principio: perché, per me, “vergogna” non è un insulto ma una diagnosi

Usare la parola “vergogna” è forte, lo so. Non è un epiteto, è una diagnosi civile: la vergogna di un Paese che si è visto promettere la politica come servizio e ha ritrovato la politica come mestiere; la vergogna di una comunità che ha provato a credere all’idea che “uno vale uno” e si è ritrovata con leader indiscussi, carriere, correnti, e con il ritorno dei professionisti della politica sotto altre etichette; la vergogna di milioni di elettori che hanno chiesto coerenza e hanno visto governare “con tutti”, ieri con Salvini, oggi con il PD, domani chissà.

La vergogna, per me, non nasce dal fatto che il M5S abbia sbagliato alcune mosse — sbagliano tutti — ma dal fatto che abbia rinnegato i propri anticorpi: regole ferree, trasparenza spinta, auto‑limitazioni. Se togli gli anticorpi, il sistema ti assorbe. E il M5S si è fatto assorbire.

Le mie tre lezioni (amara utilità di un esperimento)

1.      Le piattaforme non sostituiscono le istituzioni. Senza una cultura organizzativa solida, la democrazia digitale rischia di diventare plebiscito intermittente o lotta per il controllo dei dati. Rousseau doveva essere uno strumento, non il feticcio di una legittimazione.

2.      Le riforme non vivono da sole. Il Rdc ha mostrato che una misura di sostegno ha bisogno di una filiera robusta per trasformarsi in mobilità sociale. Senza servizi per l’impiego, formazione e salari dignitosi, resta un tampone. La povertà non cala per decreto.

3.      L’etica è binaria. Se fai dell’onestà il tuo biglietto da visita, devi essere intransigente prima di tutto con te stesso. “Rimborsopoli” non è stata “solo” un’inchiesta: è stata una crepa nell’architrave morale del Movimento.

Conclusione: l’occasione perduta

Non c’è soddisfazione in questo bilancio. Avrei preferito raccontare un’altra storia: quella di un movimento che, pur tra errori, riesce a fare scuola su come si governa con i cittadini, su come si tagliano sprechi senza demagogia, su come si fa inclusione sociale mentre si accresce la produttività. Invece devo constatare che il M5S ha accompagnato il Paese in transizioni importanti senza guidarle davvero. Ha acceso il dibattito, ha obbligato tutti a parlare di trasparenza e di povertà - e questo resta - ma non ha costruito il modello che aveva promesso.

Per questo, sì, lo considero una “vergogna” politica: non perché peggiore degli altri, ma perché si era presentato come migliore. E quando chi promette un’etica più alta scivola a un’etica ordinaria, la caduta si sente di più. Non so se il M5S saprà rigenerarsi - i partiti, come i sistemi complessi, sorprendono - ma so che la fiducia persa costa anni. E l’Italia non ha più decenni da sprecare.


on domenica, settembre 14, 2025 by Paolo Corrias | Leave a comment 

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