C’è
una stanza, al terzo piano di Palazzo Chigi, che sembra uscita da una commedia
felliniana. Dentro, stipati come in un baule delle meraviglie, ci sono oggetti
degni di una collezione improbabile: il foulard dell’albanese Edi Rama, una
ciotola donata da Joe Biden, un paio di scarpe in pitone blu con tacco dorato,
l’action figure del presidente argentino Javier Milei con tanto di motosega, un
iPad da Zelensky, cappelli da alpino e da bersagliere, un pacco di riso Made in
Pakistan. È l’inventario semi-ufficiale dei doni istituzionali ricevuti da
Giorgia Meloni in questi due anni e mezzo di governo.
Nulla
di nuovo sotto il sole. Da sempre, le visite di Stato si accompagnano a omaggi
più o meno simbolici. Qualcosa finisce in mostra, qualcosa resta in deposito,
qualcosa – se troppo prezioso – viene trattenuto dallo Stato. Regole chiare,
trasparenza amministrativa, burocrazia ordinaria. Ma siccome siamo in Italia,
persino una ciotola diplomatica può scatenare una polemica parlamentare.
Così
è accaduto che Francesco Bonifazi, deputato di Italia Viva, abbia presentato
un’interrogazione parlamentare per sapere esattamente cosa abbia ricevuto la
Presidente del Consiglio, dove siano custoditi questi oggetti, se siano stati
dichiarati, valutati, eventualmente devoluti o tenuti. In apparenza:
trasparenza. In sostanza: guerriglia politica travestita da zelo istituzionale.
A
stretto giro, Fratelli d’Italia ha rilanciato: benissimo, allora pubblichiamo anche
i regali ricevuti da Renzi, Gentiloni e Conte. Ed è qui che l’aria cambia.
Perché dei regali istituzionali ricevuti da Matteo Renzi quando era a Palazzo
Chigi non c’è traccia. Non esiste, ad oggi, una lista pubblica, un elenco, un
inventario simile a quello di Meloni. Eppure l’ex premier, oggi gran
conferenziere internazionale, non era certo immune a tappeti, foulard e doni
ufficiali. Come mai nessuno ha mai visto quella lista?
La
senatrice Raffaella Paita, anche lei di Italia Viva, ha reagito indignata:
“Massima trasparenza per tutti!”, ha detto. E giù accuse incrociate, fino a
chiedere la pubblicazione delle fatture e dei bonifici dell’abitazione privata
della Premier. Una battaglia a colpi di contabilità, in cui i doni ufficiali
diventano l’ultima arma di un confronto logoro e prevedibile. Eppure, sarebbe
bastato poco: prima di chiedere conto dei foulard di Meloni, sarebbe stato
elegante – e politicamente maturo – pubblicare la propria lista, rendere
visibili i regali di Renzi, mostrare i bonifici dell’abitazione di Renzi. Non
per una vendetta, ma per coerenza.
Invece
no. Italia Viva continua a giocare su due piani: moralismo selettivo da una
parte, reticenza dall’altra. Come se bastasse sollevare polveroni per
nascondere ciò che manca. Come se l’arte di accusare l’altro potesse sostituire
l’onestà di raccontare se stessi.
La
verità è che la politica italiana è diventata un talk show permanente, dove
ogni oggetto è pretesto per un dibattito, ogni dettaglio un campo di battaglia,
ogni foulard una bandiera ideologica. E mentre ci si accapiglia sui doni
istituzionali, il Paese resta a guardare, sempre più distante, sempre più
disilluso.
Perché
il problema non sono le scarpe pitonate o le statuette con la motosega. Il vero
problema è l’ipocrisia di chi chiede trasparenza solo agli altri, di chi si
erge a paladino della legalità quando è all’opposizione, ma diventa opaco
quando è al potere. E questo vale per tutti. Ma oggi, in particolare, riguarda
chi – come Italia Viva – ha fatto del doppio standard una strategia
comunicativa.
Ci
si riempie la bocca di legalità, ma non si pubblicano nemmeno le ricevute del
passato. Si invoca la trasparenza, ma si dimenticano gli anni in cui si stava
al governo. Si chiedono i bonifici di oggi, ignorando quelli di ieri.
Il
risultato? Un teatrino stanco, ripetitivo, autoreferenziale. Dove la politica
diventa polemica sterile, e la verità è solo un optional da sventolare quando
conviene. Un Paese che discute per settimane di una ciotola di ceramica e non
riesce a discutere seriamente di sanità, scuola, giustizia, lavoro, è un Paese
che ha perso il senso delle priorità.
E
allora sì, ridiamoci pure su. Ma con amarezza. Perché se i regali diplomatici
sono il pretesto per l’ennesima lite da cortile, forse il vero dono che ci
meritiamo – noi cittadini – è uno solo:
la fine della politica fatta di fumo, ego e distrazione di massa.


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