Il caso Todde, tra diritto, responsabilità politica e una Sardegna che continua a rinviare la propria maturità istituzionale.
di Paolo Corrias
C’è
un momento, in ogni vicenda pubblica, in cui la cronaca diventa storia. E in
cui la storia chiede conto non solo dei fatti, ma della visione. Il caso della
presidente Todde, al centro di un intricato contenzioso giuridico-politico,
sembra essere arrivato a quel momento.
Dietro
le carte bollate e le firme “a coccarda” depositate in Tribunale, c’è molto più
di una lite elettorale: c’è una Sardegna che rischia di ripetere l’ennesimo
fallimento, perché non ha voluto (o saputo) imparare dai precedenti.
La
vicenda giudiziaria che coinvolge la presidente Todde, e su cui Paolo
Maninchedda ha scritto un articolato editoriale su Sardegna e Libertà il 2
agosto, è arrivata a un punto critico. L’appello è stato depositato. I termini
sono scaduti. Ma invece di chiarezza, abbiamo l’eco di un errore: secondo il
giurista Fercia, il ricorso potrebbe essere addirittura inammissibile per una
questione di metodo.
Un
errore da manuale. Uno di quelli che nemmeno in una simulazione d’esame si
dovrebbero commettere. Eppure è lì, nero su bianco, e rischia di rendere
definitiva la sentenza di primo grado.
Ma
ciò che mi colpisce davvero, da semplice cittadino, è il simbolo che questa
vicenda rappresenta. L’ennesima stagione politica nata all’insegna del
cambiamento che finisce schiacciata sotto il peso della sua impreparazione.
Della sua fretta. Della sua presunzione.
La
Todde, all’inizio, aveva rappresentato per molti un’alternativa vera: una donna
competente, un volto nuovo, la promessa di un’altra Sardegna. Non quella dei
notabili o delle clientele. Non quella delle chiacchiere da corridoio
regionale. E invece, dopo pochi mesi, ci troviamo a fare i conti con errori
clamorosi, scelte discutibili e una gestione del potere che non sembra affatto
diversa da quella di chi è venuto prima.
Nel
racconto di Maninchedda si percepisce chiaramente il disagio di chi conosce i
meccanismi istituzionali ma sa anche quanto siano fragili, e facilmente
aggirabili. La paura del “revanscismo giudiziario”, la circolazione selvaggia
degli atti legali, il sospetto che la politica venga oggi combattuta più nei
tribunali che nelle piazze o nei consigli comunali.
È
questo che ci deve preoccupare: non solo chi perde, ma come si perde. Non solo
chi ha sbagliato, ma cosa si è costruito per evitarlo. E soprattutto: perché
chi prometteva rigore, trasparenza e competenza ha finito per inciampare
proprio su quei terreni.
Forse
sono ingenuo, ma continuo a credere che la politica possa (e debba) essere un
luogo alto. Un luogo in cui si risolvono i conflitti, non dove si creano. Un
luogo in cui la fiducia del cittadino non viene barattata con una campagna
social, o con una difesa mal scritta.
E
invece vedo un teatrino stanco, dove anche chi viene presentato come
"nuovo" parla, agisce e sbaglia come chi c’era già. Dove le
responsabilità non si assumono mai, ma si scaricano. Dove il linguaggio è tutto
e la sostanza poco o nulla.
Cosa
verrà dopo? Questa è la domanda vera. Se la presidente dovesse decadere, se il
Consiglio regionale fosse sciolto, se si tornasse alle urne… cosa ci aspetta?
Un’altra campagna di slogan? Un’altra ondata di illusioni? Un’altra corsa al
potere mascherata da progetto civico?
Oppure,
finalmente, qualcosa di più maturo? Persone preparate, capaci, con una visione
chiara, che conoscano i regolamenti e soprattutto la realtà delle persone che
vivono in questa terra difficile e meravigliosa?
Lo spero. Ma non lo do per scontato.
Ciò
che stiamo vivendo non è solo una crisi politica o giuridica. È una crisi di
credibilità, di competenza, di profondità.
E
allora permettetemi una riflessione conclusiva, che non è un j’accuse ma un
richiamo civile:
"Cara
Sardegna, svegliati tu.
Svegliati prima di continuare a delegare la tua voce a chi non la sa usare. A
chi urla ma non costruisce. A chi difende ma non governa. A chi promette, ma
poi scompare quando le cose si fanno difficili."
Le
stagioni finiscono. Ma a volte neanche cominciano davvero. Tocca a noi fare in
modo che la prossima non sia solo una replica.


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