Riflessione personale di un sardo qualunque
Mi chiamo come tanti. Vivo in Sardegna. La osservo ogni giorno dalla mia finestra, o seduto su una panchina che guarda il mare. Una terra meravigliosa, sì. Ma anche una terra dimenticata.
Da anni sento ripetere una frase che, col tempo, è diventata più un’eco stanca che una promessa: “La Sardegna è zona franca.” Lo dice lo Statuto, lo dicono i politici in campagna elettorale, lo dicono alcuni cittadini con fierezza, altri con disincanto.
Eppure, noi sardi continuiamo a pagare tutto, fino all’ultimo centesimo. Paghiamo tasse alte, accise sui carburanti, IVA sui beni, costi enormi per spostarci da e verso l’Italia. Paghiamo perfino con la solitudine geografica e infrastrutturale.
Ma allora, zona franca di cosa? Di chi?
Una promessa scritta ma mai mantenuta
Lo Statuto della Sardegna, firmato nel 1948, all’articolo 12 ci promette questo:
“La Regione è autorizzata ad attuare nel proprio territorio una zona franca con vantaggi fiscali e doganali…”
Parole solenni. Ma sono passati più di 70 anni, e quelle parole sono rimaste in un cassetto. Abbiamo avuto governi di ogni colore, promesse rinnovate, titoli di giornale e dichiarazioni trionfali.
Ma la verità è che la Sardegna non è mai stata una vera zona franca. Mai.
Qualche porto, qualche proclama
Ci sono sei porti in Sardegna dichiarati “zone franche doganali”: Cagliari, Olbia, Porto Torres, Oristano, Arbatax, Portovesme. Ma riguardano solo le merci in transito. Un discorso tecnico, lontano dalla vita concreta delle famiglie, degli artigiani, dei giovani che cercano un futuro.
Chi vive a Sassari, a Nuoro, a Iglesias, a Quartu o a Lanusei non ha alcun beneficio. Nessuna detrazione. Nessun regime speciale.
Eppure viviamo su un’isola. E questo, nel 2025, significa ancora isolamento, ritardi, costi doppi. Significa essere cittadini italiani… ma un po’ più a caro prezzo.
Politica delle illusioni
Ci sono stati presidenti regionali che hanno proclamato la zona franca integrale. Ma la verità è che serviva – e serve – una legge dello Stato, e un riconoscimento dell’Unione Europea.
E nessuno ha mai avuto davvero il coraggio di combattere fino in fondo per ottenerlo.
Hanno preferito gestire l’ambiguità. Alimentare speranze. Senza spiegare che, senza il via libera di Roma e Bruxelles, tutto resta carta straccia.
E altrove, invece, funziona
Lo dico con rispetto: a Livigno l’IVA non si paga. A Campione d’Italia, enclave svizzera, ci sono vantaggi fiscali. Alle Canarie, a Madeira, in alcune zone della Spagna e del Portogallo ci sono regimi fiscali agevolati per davvero. Approvati. Funzionanti. Operativi.
E la Sardegna? La Sardegna resta ferma. Con uno Statuto bellissimo ma inattuato. Con porti che accolgono merci, ma con giovani che partono senza più tornare.
Zona franca è giustizia, non privilegio
Non è solo una questione economica. È una questione di dignità. Di equità. Di rispetto per una terra che ha dato tanto e ricevuto poco.
Io non voglio che la Sardegna diventi un paradiso fiscale. Non voglio l’illegalità, né l’evasione. Ma voglio un trattamento giusto. Vero. Coerente con la nostra storia, la nostra posizione, le nostre difficoltà.
Perché vivere su un’isola è una condizione che chiede qualcosa in cambio. Non per avere di più. Ma per non restare sempre con meno.
E ora?
Vorrei che chi legge queste righe si fermasse un istante a pensare. Che sia un sardo o no. Che sia un politico o un semplice cittadino.
Vorrei che ci chiedessimo, tutti insieme: perché a noi no? Perché la Sardegna non ha ciò che altri territori hanno avuto?
Se davvero vogliamo cambiare le cose, serve consapevolezza. Non proclami. Non illusioni. Ma volontà. Competenza. Coraggio.
Io continuo a sperarci. Ma non in silenzio.


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