13 agosto 2025

Chi custodirà le nostre porte digitali sull’offerta di Perplexity per Google Chrome?

 

La notizia che la startup di intelligenza artificiale Perplexity abbia offerto 34,5 miliardi di dollari per acquistare Google Chrome mi ha colpito non tanto per il dato economico, cifre così alte sembrano provenire da un altro pianeta, quanto per ciò che rappresentano: l’idea che il nostro modo di entrare in internet, lo spazio in cui cerchiamo risposte e costruiamo la nostra quotidianità digitale, possa cambiare padrone.

Chrome, per me, non è mai stato solo un browser. È stato il luogo in cui ho digitato domande di ogni tipo: quelle ingenue e quelle dolorose, quelle per lavoro e quelle per la mia vita privata. È il posto in cui ho cercato il significato di una parola sconosciuta e quello in cui ho comprato il primo regalo per una persona importante. È, insomma, una parte silenziosa della mia memoria digitale.

Sapere che una startup, per quanto brillante e ambiziosa, voglia comprare questa porta d’accesso mi fa riflettere su cosa significhi davvero “possesso” nel mondo digitale. Non è solo un affare tra aziende: è il controllo di come io, e miliardi di altre persone, entriamo in contatto con il sapere, con le notizie, con la realtà. E so bene che, al di là delle dichiarazioni su “libertà” e “concorrenza”, dietro ogni interfaccia c’è un algoritmo che decide cosa mostrarmi per primo e cosa lasciare sul fondo.

La parte che mi inquieta di più è che tutto questo avviene mentre noi utenti restiamo spettatori passivi. Ci accorgiamo dei cambiamenti solo quando un aggiornamento ci obbliga a rivedere le impostazioni o quando qualcosa “non funziona più come prima”. Ma la vera trasformazione avviene sotto la superficie: nei rapporti di forza tra chi possiede le nostre porte di ingresso al web.

E forse è proprio questo che temo: che, tra Google e Perplexity, tra il vecchio colosso e il nuovo sfidante, io resti comunque un ospite in casa d’altri, con le regole decise altrove. Perché internet, oggi, è diventato un insieme di porte custodite e ogni volta che crediamo di essere liberi di aprirle, scopriamo che la chiave non è mai nelle nostre mani.

Forse un giorno il browser che apro ogni mattina avrà un nome diverso o un’anima diversa.
Forse cambierà il logo, il colore, il modo in cui mi risponde quando cerco qualcosa.
Ma resterà sempre quella sensazione sottile di attraversare una soglia: come entrare in una stanza dove qualcuno ha già deciso come disporre i mobili, quale luce accendere, quali finestre aprire.
E io, con le mie domande e le mie fragilità, continuerò a cercare uno spiraglio che sia davvero mio, un angolo dove il mondo mi arrivi senza filtri, dove la curiosità non abbia padrone.
Perché alla fine, in questo oceano di porte digitali, il vero lusso non sarà possedere un browser o un motore di ricerca, ma riuscire a restare liberi dentro ogni volta che lo usiamo.

 

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