La notizia che la startup di intelligenza artificiale Perplexity abbia offerto 34,5 miliardi di dollari per acquistare Google Chrome mi ha colpito non tanto per il dato economico, cifre così alte sembrano provenire da un altro pianeta, quanto per ciò che rappresentano: l’idea che il nostro modo di entrare in internet, lo spazio in cui cerchiamo risposte e costruiamo la nostra quotidianità digitale, possa cambiare padrone.
Chrome,
per me, non è mai stato solo un browser. È stato il luogo in cui ho digitato
domande di ogni tipo: quelle ingenue e quelle dolorose, quelle per lavoro e
quelle per la mia vita privata. È il posto in cui ho cercato il significato di
una parola sconosciuta e quello in cui ho comprato il primo regalo per una
persona importante. È, insomma, una parte silenziosa della mia memoria digitale.
Sapere
che una startup, per quanto brillante e ambiziosa, voglia comprare questa porta
d’accesso mi fa riflettere su cosa significhi davvero “possesso” nel mondo digitale.
Non è solo un affare tra aziende: è il controllo di come io, e miliardi di
altre persone, entriamo in contatto con il sapere, con le notizie, con la
realtà. E so bene che, al di là delle dichiarazioni su “libertà” e
“concorrenza”, dietro ogni interfaccia c’è un algoritmo che decide cosa
mostrarmi per primo e cosa lasciare sul fondo.
La
parte che mi inquieta di più è che tutto questo avviene mentre noi utenti
restiamo spettatori passivi. Ci accorgiamo dei cambiamenti solo quando un
aggiornamento ci obbliga a rivedere le impostazioni o quando qualcosa “non
funziona più come prima”. Ma la vera trasformazione avviene sotto la
superficie: nei rapporti di forza tra chi possiede le nostre porte di ingresso
al web.
E
forse è proprio questo che temo: che, tra Google e Perplexity, tra il vecchio
colosso e il nuovo sfidante, io resti comunque un ospite in casa d’altri, con
le regole decise altrove. Perché internet, oggi, è diventato un insieme di
porte custodite e ogni volta che crediamo di essere liberi di aprirle,
scopriamo che la chiave non è mai nelle nostre mani.
Forse
un giorno il browser che apro ogni mattina avrà un nome diverso o un’anima
diversa.
Forse cambierà il logo, il colore, il modo in cui mi risponde quando cerco
qualcosa.
Ma resterà sempre quella sensazione sottile di attraversare una soglia: come
entrare in una stanza dove qualcuno ha già deciso come disporre i mobili, quale
luce accendere, quali finestre aprire.
E io, con le mie domande e le mie fragilità, continuerò a cercare uno spiraglio
che sia davvero mio, un angolo dove il mondo mi arrivi senza filtri, dove la
curiosità non abbia padrone.
Perché alla fine, in questo oceano di porte digitali, il vero lusso non sarà
possedere un browser o un motore di ricerca, ma riuscire a restare liberi
dentro ogni volta che lo usiamo.


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