10 agosto 2025

Landini, la CGIL e 45.000 tessere stracciate: il sindacato che non ascolta più

 

C’è un dato che dovrebbe far tremare i muri di Corso d’Italia: 45.000 iscritti in meno in meno di un anno. Non parliamo di pensionamenti naturali o di cali fisiologici: parliamo di persone che, tessera alla mano, hanno deciso di dire “basta”. Un fiume in uscita che la segreteria della CGIL sembra guardare con il distacco di chi, da troppo tempo, non mette più piede nei luoghi reali del lavoro.

Maurizio Landini non è nato segretario generale. Landini è nato leader di fabbrica, quello che parlava sopra il rumore delle presse, che difendeva la dignità degli operai della FIOM quando Marchionne era l’uomo da battere. Quell’immagine era la sua forza: credibile, diretta, con le mani sporche di officina e non di diplomazia da salotto.

Ma il Landini che oggi guida la CGIL è un’altra cosa.

È un leader sempre in TV, pronto a commentare dalla guerra in Ucraina alla Costituzione, dall’antifascismo alle politiche migratorie. Temi importanti, certo, ma che finiscono per oscurare il cuore della questione: chi oggi ha la tessera CGIL la paga per vedere risultati sul contratto, sul salario, sulla sicurezza in fabbrica, non per ascoltare un’opinione su ogni vicenda politica del Paese.

E invece i contratti ristagnano, i salari reali scendono, la precarietà dilaga. Nel frattempo, la CGIL sembra più interessata a fare opposizione al governo che opposizione al padrone. Non è un caso se molti ex iscritti lo dicono apertamente: “Non mi sento più rappresentato”.

Questa emorragia di tessere è il sintomo di un distacco culturale e organizzativo. La CGIL è rimasta una macchina enorme e burocratica, che si parla addosso e fatica a intercettare i giovani, i lavoratori autonomi, chi vive di contratti a chiamata o partite IVA mascherate. Laddove servirebbe ascolto, arriva ideologia; laddove servirebbe pragmatismo, arrivano proclami.

Il segretario, di fronte a 45.000 uscite, dichiara: “Non ci penso nemmeno” a dimettermi.
Ecco il vero problema: se il sindacato perde il suo popolo e il leader non si interroga, quel leader non è più parte della soluzione, ma del problema.

Landini aveva un’occasione storica: aprire le porte del sindacato alle nuove forme di lavoro, tornare nei luoghi produttivi, dare priorità alle buste paga e alla sicurezza. Ha preferito il ruolo di tribuno politico. La piazza applaude, ma la base se ne va. E quando la base se ne va, il sindacato resta un guscio vuoto che parla di popolo, ma non lo rappresenta più.

La CGIL ha bisogno di un bagno di realtà. E Landini dovrebbe essere il primo a tuffarcisi, prima che il fiume di tessere strappate diventi un esodo irreversibile.

 

 




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