C’è
un dato che dovrebbe far tremare i muri di Corso d’Italia: 45.000 iscritti in
meno in meno di un anno. Non parliamo di pensionamenti naturali o di cali
fisiologici: parliamo di persone che, tessera alla mano, hanno deciso di dire
“basta”. Un fiume in uscita che la segreteria della CGIL sembra guardare con il
distacco di chi, da troppo tempo, non mette più piede nei luoghi reali del
lavoro.
Maurizio
Landini non è nato segretario generale. Landini è nato leader di fabbrica,
quello che parlava sopra il rumore delle presse, che difendeva la dignità degli
operai della FIOM quando Marchionne era l’uomo da battere. Quell’immagine era
la sua forza: credibile, diretta, con le mani sporche di officina e non di
diplomazia da salotto.
Ma
il Landini che oggi guida la CGIL è un’altra cosa.
È
un leader sempre in TV, pronto a commentare dalla guerra in Ucraina alla
Costituzione, dall’antifascismo alle politiche migratorie. Temi importanti,
certo, ma che finiscono per oscurare il cuore della questione: chi oggi ha la
tessera CGIL la paga per vedere risultati sul contratto, sul salario, sulla
sicurezza in fabbrica, non per ascoltare un’opinione su ogni vicenda politica
del Paese.
E
invece i contratti ristagnano, i salari reali scendono, la precarietà dilaga.
Nel frattempo, la CGIL sembra più interessata a fare opposizione al governo che
opposizione al padrone. Non è un caso se molti ex iscritti lo dicono
apertamente: “Non mi sento più rappresentato”.
Questa
emorragia di tessere è il sintomo di un distacco culturale e organizzativo. La
CGIL è rimasta una macchina enorme e burocratica, che si parla addosso e fatica
a intercettare i giovani, i lavoratori autonomi, chi vive di contratti a
chiamata o partite IVA mascherate. Laddove servirebbe ascolto, arriva
ideologia; laddove servirebbe pragmatismo, arrivano proclami.
Il
segretario, di fronte a 45.000 uscite, dichiara: “Non ci penso nemmeno” a
dimettermi.
Ecco il vero problema: se il sindacato perde il suo popolo e il leader non si
interroga, quel leader non è più parte della soluzione, ma del problema.
Landini
aveva un’occasione storica: aprire le porte del sindacato alle nuove forme di
lavoro, tornare nei luoghi produttivi, dare priorità alle buste paga e alla
sicurezza. Ha preferito il ruolo di tribuno politico. La piazza applaude, ma la
base se ne va. E quando la base se ne va, il sindacato resta un guscio vuoto
che parla di popolo, ma non lo rappresenta più.
La
CGIL ha bisogno di un bagno di realtà. E Landini dovrebbe essere il primo a
tuffarcisi, prima che il fiume di tessere strappate diventi un esodo
irreversibile.


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