Dal “tecnico” super partes al politico di professione, la parabola di Conte è un manuale di trasformismo.
Dal
Decreto Rilancio “a misura di suocero” al Reddito di Cittadinanza senza
controlli, passando per la scarcerazione dei boss e la trasformazione del M5S
in partito del sistema: il leader penta stellato attacca la Meloni dimenticando
il suo passato.
C’è
un Giuseppe Conte pubblico e uno privato. Quello pubblico lo conosciamo bene:
elegante, forbito, sempre pronto a puntare il dito contro il governo di turno —
oggi la Meloni — per ogni scelta, reale o presunta, che non condivide. Quello
privato è quello che ha governato l’Italia due volte, lasciando dietro di sé
una scia di sprechi, improvvisazioni e trasformazioni politiche calcolate al
millimetro.
Oggi
Conte si presenta come il campione dell’opposizione, il moralista a tempo
pieno, il custode della legalità e del buon senso. Ma la memoria corta è
diventata il suo miglior alleato.
E
allora vale la pena ricordargli qualche “dettaglio” che preferirebbe
cancellare.
C’è
il Decreto Rilancio, nato per salvare l’economia in piena pandemia e passato
alla storia come il decreto che salvò anche l’azienda del suocero. Nessuna
illegalità, certo. Ma in politica la forma conta, e qui la forma era quella del
conflitto di opportunità bello e servito.
C’è
il Reddito di Cittadinanza, distribuito a pioggia con controlli ridicoli,
finito nelle tasche di truffatori, criminali e chi dichiarava il falso. Una misura
costosa e fragile, venduta come lotta alla povertà ma che, in troppi casi, ha
finanziato l’imbroglio.
C’è
il caso Bonafede, il suo ministro della Giustizia, che nel pieno dell’emergenza
sanitaria fece uscire dal carcere boss mafiosi e criminali di alto profilo con
la scusa del rischio Covid. Una macchia indelebile sulla credibilità dello
Stato, di cui Conte non sembra mai voler parlare.
Poi
c’è l’inventario degli sprechi e delle scelte surreali: bonus monopattini,
bonus vacanze, banchi a rotelle, task force infinite e decreti raffazzonati
annunciati in conferenze stampa notturne da leader illuminato.
E
infine, il capitolo politico: Conte non si è limitato a governare. Ha anche scalato
e trasformato il Movimento 5 Stelle, il partito che lo aveva portato a Palazzo
Chigi, nato come forza antisistema. Lo ha svuotato della sua identità
originaria, cacciando di fatto il fondatore Beppe Grillo dal ruolo di guida
politica e trasformandolo in un partito tradizionale, perfettamente integrato
in quel sistema che i 5 Stelle avevano giurato di combattere. Da megafoni in
piazza a poltrone nei palazzi, il passaggio è stato rapido e silenzioso.
Oggi
Conte attacca la Meloni su sicurezza, armi, gestione economica. Criticare è
legittimo, ma farlo senza mai fare autocritica è ipocrisia pura. Perché chi ha
approvato decreti “a misura di famiglia”, distribuito sussidi senza controlli,
liberato criminali per decreto e annacquato un movimento politico fino a
snaturarlo, non può presentarsi come il depositario della purezza politica.
Conte è maestro nella predica a orologeria: colpisce gli altri quando conviene,
cancella il passato quando riguarda lui. Ma la storia recente è lì, a
ricordarci che, prima di giudicare, un leader serio deve guardarsi allo
specchio e riconoscere i propri errori. E nel caso di Conte, quello specchio
rischia di restituire un’immagine che non ha nulla a che vedere con il
moralista impeccabile che vediamo in tv. Ma piuttosto con un politico, se
politico si può dire, come tanti altri. Forse anche peggio: uno che ha iniziato
da “avvocato del popolo” e ha finito da “avvocato di se stesso”.
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