Il presidente dei magistrati Parodi ha fatto un passo falso? di Paolo Corrias
"Un processo ha evidentemente
una ricaduta politica".
Con questa frase, Cesare Parodi – presidente dell’Associazione Nazionale
Magistrati – ha innescato un terremoto istituzionale che nemmeno una rettifica
tardiva è riuscita a placare.
Quando un magistrato parla, dovrebbe farlo con la misura e il
senso del limite che la sua funzione impone. Quando lo fa il presidente
dell’Anm, deve ricordare che ogni parola è un messaggio che può orientare la
fiducia dei cittadini e incrinare l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Parodi ha provato a correggere il tiro, dicendo che il suo era un
ragionamento generale, che non aveva citato alcun nome. Ma il danno, almeno sul
piano dell’opinione pubblica, era già stato fatto. E la replica netta del
ministro Nordio (“sconcertato”, “inaccettabile invasione di campo”) lo dimostra.
Sostenere che
un’inchiesta possa avere conseguenze politiche non è falso. Il problema, però,
è che detta così, in un contesto come quello attuale, la frase suona come
un’ammissione di potere e influenza che va ben oltre il confine del diritto.
Non è un ragionamento astratto: è un messaggio concreto, pronunciato nel bel
mezzo di un caso che tocca da vicino il Ministero della Giustizia.
Anche se Parodi non ha nominato esplicitamente Giusi Bartolozzi,
capo di gabinetto del ministro Nordio, chi ascolta coglie immediatamente il
sottinteso. È questo il vero scandalo: la capacità – consapevole o meno – di
evocare scenari politici in un ambito che dovrebbe restare immune da ogni
sospetto di partigianeria.
Un magistrato
che parla di “ricadute politiche” dei processi apre una breccia pericolosa.
Perché se la giustizia è consapevole del suo potere di condizionamento
politico, il rischio è che smetta di essere solo arbitro e inizi, lentamente, a
giocare la partita.
Ciò che colpisce, in tutta questa vicenda, è la leggerezza.
L’apparente disinvoltura con cui si è lasciato sfuggire un pensiero che
dovrebbe restare fuori dal vocabolario istituzionale della magistratura. È
vero, come diceva Metastasio, che "la
voce dal sen fuggita, più richiamar non vale". Ma proprio per questo,
chi ricopre ruoli apicali deve riflettere due volte prima di parlare.
La democrazia si
regge su equilibri delicati. Il potere giudiziario ha una forza straordinaria,
ed è giusto che ce l’abbia. Ma quando chi ne è al vertice dimentica di misurare
ogni parola, si insinua il dubbio che quella forza possa diventare strumento di
pressione. Un sospetto che, anche se infondato, fa male. Perché mina la fiducia,
crea fratture e avvelena il clima.
Il passo falso di Parodi non è una semplice gaffe. È un errore
politico, oltre che istituzionale. E il fatto che abbia dovuto correggersi così
rapidamente ne è la prova evidente. È giusto prenderne atto, come ha fatto
anche Gasparri. Ma è altrettanto giusto non dimenticare.
Perché la giustizia, per essere davvero tale, ha bisogno di silenzio, equilibrio, sobrietà. E soprattutto di parole che non sembrino mai minacce velate, anche quando vengono spacciate per riflessioni generiche.


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