Mi sono preso del tempo. Non per rispondere, ma per osservare. In silenzio. Ho aperto i profili di certi personaggi che riempiono i social come fossero orinatoi pubblici: si entra, si sfoga rabbia, e si esce più leggeri.
Ho letto i loro post, i loro commenti, i meme velenosi e le frasi
"coraggiose" partorite con lo stampino. Tutti uguali. Tutti
indignati. Tutti "antifascisti", ma solo il 2 agosto o in occasione
del prossimo anniversario utile a collezionare like. Una rabbia organizzata,
selettiva, che ha più a che fare con la militanza ideologica che con la verità.
E men che meno con il rispetto.
Gente
che si finge pensante, ma che non pensa. Gente che “condivide”, ma non
analizza. Che “commenta”, ma non elabora. Che parla di memoria, ma non ne
conosce né i fatti né i contesti. Ripetono parole non loro, come automi con lo sguardo
fisso sulla prossima indignazione utile.
Uno
in particolare mi ha colpito. Ha avuto l’ardire – o forse il piacere – di
raffigurare Giorgia Meloni con i tratti di un nazista, contornando il tutto con
una lettera che vorrebbe essere solenne ma suona come un atto d’accusa teatrale
e rabbioso, privo di ogni tensione intellettuale. L’ha firmata “Jabo Testi”,
come se fosse un intellettuale perseguitato, un eroe solitario, un fustigatore
della storia. Peccato che l’effetto sia solo quello di uno sfogo isterico,
pieno di presunzioni morali ma vuoto di pensiero autentico.
Perché
il problema non è la critica. La critica è sacra. Il problema è la cieca furia
con cui si costruisce un capro espiatorio permanente, e su quel volto – oggi
quello della Presidente del Consiglio – si riversano tutte le frustrazioni
represse, tutto il rancore di chi ha smesso di pensare con la propria testa.
Dipingere Giorgia Meloni come “complice morale” della strage di Bologna solo
perché non pronuncia una parola in modo conforme alla narrazione imposta da
alcuni ambienti non è né critica né giornalismo. È fanatismo. È odio travestito
da giustizia.
Mi
chiedo: queste persone sanno cosa sia davvero il fascismo? Ne hanno mai
studiato le derive, le complicità, le tragedie? O per loro “fascista” è solo
un’etichetta da appiccicare a chi non vota come loro? A chi osa pensare fuori
dal recinto dell’ortodossia?
Non è Giorgia Meloni a dover temere quel tipo di “giudizio”. Sono loro, questi
piccoli inquisitori digitali, a doversi guardare allo specchio. Perché sono
loro, oggi, i veri repressori del pensiero.
Non costruiscono ponti: scavano trincee. Non cercano la verità: cercano
colpevoli. Non promuovono giustizia: distribuiscono anatemi.
E
sapete qual è la cosa più triste? Che parlano a nome delle vittime. Parlano in
nome della giustizia. Parlano in nome della verità. Ma non parlano con
rispetto. Né delle istituzioni, né delle diversità di pensiero, né della
complessità che ogni evento storico richiede.
Riducono tutto a un bianco e nero manicheo, in cui loro sono i giusti e chi non
ripete il loro mantra è un mostro. Una Meloni “nazista”. Una premier
“complice”. Una donna “colpevole” solo perché è di destra, perché è cresciuta
in un ambiente politico che a loro fa paura, non perché faccia scelte criminali
o sovversive.
E poi c’è l’ipocrisia. Perché chi dice “io non dimentico” dovrebbe ricordare tutto. Non solo ciò che gli fa comodo.
Chi non dimentica la bomba alla stazione di Bologna, dovrebbe anche ricordare –
con la stessa rabbia, con la stessa dignità – gli assassinii delle BR, le morti
per mano comunista, i crimini commessi in nome di un’ideologia rossa che ha
seminato lutti per decenni.
E invece no. Io non li sento, questi indignati professionisti, dire con la
stessa forza: io sono antibrigatista. Non li sento dire: io sono anticomunista.
Come se il terrorismo avesse un solo volto, e tutti gli altri potessero essere
perdonati o, peggio, dimenticati.
E
allora io lo dico: io sono contro ogni violenza politica. Ma non accetto
lezioni da chi si indigna a metà. Da chi grida “fascista!” ma tace quando si
parla di comunismo reale, di lotta armata rossa, di odio di classe trasformato
in sangue versato.
Perché questa indignazione a senso unico è una maschera. È selettiva, furba,
strumentale. È utile a colpire il nemico politico, non a fare giustizia. Non a
costruire memoria condivisa. Non a insegnare nulla.
La
verità è che questa gente non vuole risposte. Vuole nemici. Non vuole
chiarezza, vuole colpe. E se non ci sono, li costruisce.
E allora io lo dico senza paura: questo modo di fare “politica” – se così si
può chiamare – è la vera ferita. È l’oscenità di chi pretende di difendere la
democrazia comportandosi come un piccolo tiranno. Di chi dice “non dimentico”,
ma ha dimenticato cosa sia il rispetto, cosa sia il confronto, cosa sia la
libertà.
La libertà anche di non dire quella parola.
Perché la libertà, cari signori, si misura proprio quando si protegge anche chi
non dice quello che vogliamo sentire.
Oggi
più che mai serve pensiero. Serve confronto. Serve verità. Non questi processi
sommari su Facebook, non le vignette indecenti, non gli insulti travestiti da
indignazione.
Serve il coraggio di non odiare chi non ci somiglia.
Ecco,
questa è la mia riflessione. Scomoda, forse. Ma mia. E almeno io l’ho scritta
da solo.


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