04 agosto 2025

Il teatrino degli indignati a comando

 
Riflessione di Paolo Corrias sulla degenerazione del confronto pubblico.

 Mi sono preso del tempo. Non per rispondere, ma per osservare. In silenzio. Ho aperto i profili di certi personaggi che riempiono i social come fossero orinatoi pubblici: si entra, si sfoga rabbia, e si esce più leggeri.

Ho letto i loro post, i loro commenti, i meme velenosi e le frasi "coraggiose" partorite con lo stampino. Tutti uguali. Tutti indignati. Tutti "antifascisti", ma solo il 2 agosto o in occasione del prossimo anniversario utile a collezionare like. Una rabbia organizzata, selettiva, che ha più a che fare con la militanza ideologica che con la verità. E men che meno con il rispetto.

Gente che si finge pensante, ma che non pensa. Gente che “condivide”, ma non analizza. Che “commenta”, ma non elabora. Che parla di memoria, ma non ne conosce né i fatti né i contesti. Ripetono parole non loro, come automi con lo sguardo fisso sulla prossima indignazione utile.

Uno in particolare mi ha colpito. Ha avuto l’ardire – o forse il piacere – di raffigurare Giorgia Meloni con i tratti di un nazista, contornando il tutto con una lettera che vorrebbe essere solenne ma suona come un atto d’accusa teatrale e rabbioso, privo di ogni tensione intellettuale. L’ha firmata “Jabo Testi”, come se fosse un intellettuale perseguitato, un eroe solitario, un fustigatore della storia. Peccato che l’effetto sia solo quello di uno sfogo isterico, pieno di presunzioni morali ma vuoto di pensiero autentico.

Perché il problema non è la critica. La critica è sacra. Il problema è la cieca furia con cui si costruisce un capro espiatorio permanente, e su quel volto – oggi quello della Presidente del Consiglio – si riversano tutte le frustrazioni represse, tutto il rancore di chi ha smesso di pensare con la propria testa.
Dipingere Giorgia Meloni come “complice morale” della strage di Bologna solo perché non pronuncia una parola in modo conforme alla narrazione imposta da alcuni ambienti non è né critica né giornalismo. È fanatismo. È odio travestito da giustizia.

Mi chiedo: queste persone sanno cosa sia davvero il fascismo? Ne hanno mai studiato le derive, le complicità, le tragedie? O per loro “fascista” è solo un’etichetta da appiccicare a chi non vota come loro? A chi osa pensare fuori dal recinto dell’ortodossia?
Non è Giorgia Meloni a dover temere quel tipo di “giudizio”. Sono loro, questi piccoli inquisitori digitali, a doversi guardare allo specchio. Perché sono loro, oggi, i veri repressori del pensiero.
Non costruiscono ponti: scavano trincee. Non cercano la verità: cercano colpevoli. Non promuovono giustizia: distribuiscono anatemi.

E sapete qual è la cosa più triste? Che parlano a nome delle vittime. Parlano in nome della giustizia. Parlano in nome della verità. Ma non parlano con rispetto. Né delle istituzioni, né delle diversità di pensiero, né della complessità che ogni evento storico richiede.
Riducono tutto a un bianco e nero manicheo, in cui loro sono i giusti e chi non ripete il loro mantra è un mostro. Una Meloni “nazista”. Una premier “complice”. Una donna “colpevole” solo perché è di destra, perché è cresciuta in un ambiente politico che a loro fa paura, non perché faccia scelte criminali o sovversive.

E poi c’è l’ipocrisia. Perché chi dice “io non dimentico” dovrebbe ricordare tutto. Non solo ciò che gli fa comodo.

Chi non dimentica la bomba alla stazione di Bologna, dovrebbe anche ricordare – con la stessa rabbia, con la stessa dignità – gli assassinii delle BR, le morti per mano comunista, i crimini commessi in nome di un’ideologia rossa che ha seminato lutti per decenni.
E invece no. Io non li sento, questi indignati professionisti, dire con la stessa forza: io sono antibrigatista. Non li sento dire: io sono anticomunista. Come se il terrorismo avesse un solo volto, e tutti gli altri potessero essere perdonati o, peggio, dimenticati.

E allora io lo dico: io sono contro ogni violenza politica. Ma non accetto lezioni da chi si indigna a metà. Da chi grida “fascista!” ma tace quando si parla di comunismo reale, di lotta armata rossa, di odio di classe trasformato in sangue versato.
Perché questa indignazione a senso unico è una maschera. È selettiva, furba, strumentale. È utile a colpire il nemico politico, non a fare giustizia. Non a costruire memoria condivisa. Non a insegnare nulla.

La verità è che questa gente non vuole risposte. Vuole nemici. Non vuole chiarezza, vuole colpe. E se non ci sono, li costruisce.
E allora io lo dico senza paura: questo modo di fare “politica” – se così si può chiamare – è la vera ferita. È l’oscenità di chi pretende di difendere la democrazia comportandosi come un piccolo tiranno. Di chi dice “non dimentico”, ma ha dimenticato cosa sia il rispetto, cosa sia il confronto, cosa sia la libertà.
La libertà anche di non dire quella parola.
Perché la libertà, cari signori, si misura proprio quando si protegge anche chi non dice quello che vogliamo sentire.

Oggi più che mai serve pensiero. Serve confronto. Serve verità. Non questi processi sommari su Facebook, non le vignette indecenti, non gli insulti travestiti da indignazione.
Serve il coraggio di non odiare chi non ci somiglia.

Ecco, questa è la mia riflessione. Scomoda, forse. Ma mia. E almeno io l’ho scritta da solo.

 

 





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