Non è un capriccio, è un investimento strategico.
Abbiamo la tecnologia per costruirlo in sicurezza: manca solo la volontà di provarci.
Non fermarsi davanti alla paura
Leggendo l’intervento
di Mario Tozzi, non posso non notare un certo schema ricorrente che vedo spesso
quando si parla di grandi opere in Italia: la visione viene sepolta sotto una
montagna di “non si può” e “non si deve”, finché ogni progetto ambizioso
diventa un tabù.
Io non credo che il
Ponte sullo Stretto sia carta pesta, come lui lo definisce. Anzi, lo considero
un’opera simbolica e strategica, capace di unire fisicamente e mentalmente due
regioni che per troppo tempo sono state trattate come periferia del Paese.
I rischi sismici? Certo
che esistono. Ma esistono anche in Giappone, dove ogni anno vengono costruite
infrastrutture complesse in aree ad alta sismicità, e non per questo si
rinuncia. La tecnologia moderna consente di progettare ponti e strutture in
grado di resistere a scosse violentissime: basta volerlo e investire nella
progettazione, non fermarsi a un fatalismo che sembra dire “meglio non fare
nulla, così non rischiamo”.
Il paragone con “due cimiteri uniti” mi pare più una provocazione retorica che
un’analisi tecnica: se vogliamo ragionare seriamente, dobbiamo parlare di
ingegneria, materiali, simulazioni e piani di emergenza, non di immagini
apocalittiche.
Quanto agli studi
mancanti, se davvero non sono stati completati, la soluzione non è usare questa
mancanza per affossare l’opera, ma accelerare e completarli. Ogni grande
progetto richiede analisi e monitoraggi, ma questo non può essere un alibi per
restare fermi altri trent’anni.
E sul “piace più a chi sta lontano” non sono d’accordo: ci sono tanti siciliani e calabresi che vedono nel ponte una possibilità concreta di sviluppo, turismo e lavoro, e non solo un simbolo.
In sintesi, io credo che il Ponte sullo Stretto non sia un capriccio, ma un passo di visione strategica. Non possiamo continuare a dire “non si può” ogni volta che il Paese tenta un salto in avanti. I rischi si studiano, si gestiscono e si minimizzano, ma il progresso richiede anche coraggio.
Il rischio sismico come sfida, non come condanna
Tozzi usa un’immagine
forte: “unire due cimiteri”.
È una frase d’effetto, ma poco utile a un’analisi seria.
Se applicassimo questo
ragionamento ovunque, non avremmo Tokyo, San Francisco o Santiago del Cile.
La verità è che le aree sismiche non sono condannate all’immobilismo: si
costruisce con tecnologie antisismiche avanzate, sistemi di monitoraggio continuo
e progettazioni capaci di resistere a scosse violentissime.
Esempi internazionali
- Ponte di Akashi-Kaikyō (Giappone):
3,9 km di campata centrale, resiste a venti di 290 km/h e scosse oltre
magnitudo 8. Durante la costruzione, un terremoto 6,8 spostò un pilone di 120
cm: il progetto fu adattato e completato.
- Golden Gate (California):
rinforzato con un piano antisismico da 400 milioni di dollari, garantisce
sicurezza in un’area a rischio elevato.
- Viadotto “Polcevera” di Genova: ricostruito in meno
di due anni, con standard di sicurezza altissimi e sistemi di controllo in
tempo reale.
Gli studi mancanti si fanno, non si usano come alibi
Tozzi denuncia la
mancanza di studi ufficiali completi dell’INGV. Se è vero, è un problema serio.
Ma la soluzione non è fermarsi: è completare subito quelle indagini,
raccogliere dati, analizzare ogni affioramento e integrare i risultati nella
progettazione.
La mancanza di conoscenza non è un buon motivo per dire “non facciamolo”. È
semmai un invito a farlo meglio.
Un’opera che può cambiare la geografia economica
Il
ponte non è un “giocattolo” per politici in cerca di consensi. È
un’infrastruttura capace di ridurre tempi e costi di trasporto, di collegare
porti, aeroporti e rete ferroviaria ad alta velocità, di dare alla Sicilia un
ruolo centrale nel Mediterraneo.
Impatto
previsto
- Tempi di attraversamento: da circa 1 ora
(traghetto) a 3 minuti (ponte).
- Collegamento diretto alla rete AV italiana
e ai corridoi europei TEN-T.
- Incremento turistico stimato: +20% nei primi cinque
anni.
- Opportunità logistiche: sviluppo di hub
portuali e intermodali per merci tra Africa, Sud Europa e Medio Oriente.
Il falso mito del “piace solo a chi sta lontano”
Tozzi sostiene che il ponte piaccia più a chi è distante. Non è così. Ci sono migliaia di siciliani e calabresi che lo vedono come un’opportunità concreta: imprese locali che potrebbero ampliare il raggio d’azione, giovani che sperano in nuovi posti di lavoro, operatori turistici che potrebbero finalmente vendere un Sud più accessibile.
La lezione del Giappone e il nostro ritardo
Quando il ponte di
Akashi fu colpito dal terremoto durante la costruzione, in Giappone nessuno
disse “fermiamo tutto”: si lavorò per adattare il progetto. Oggi è un’icona
dell’ingegneria.
In Italia, invece, passiamo decenni a discutere e rinviare. Nel frattempo,
perdiamo competitività e credibilità.
In Conclusione
La domanda vera non è
“è sicuro?” - perché la sicurezza si può progettare - ma “vogliamo farlo?”.
Abbiamo la tecnologia,
abbiamo le competenze, abbiamo esempi internazionali da seguire. Quello che ci
manca è il coraggio di provare.
Il Ponte sullo Stretto
può essere la prova che l’Italia sa ancora costruire, innovare e unire.
E il vero fallimento sarebbe rinunciare ancora una volta.


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