28 luglio 2025

Il silenzio che sa di complicità.


Davanti alle violenze avvenute recentemente in Val di Susa, alle aggressioni alle Forze dell’Ordine, alle scene che nulla hanno a che vedere con il diritto al dissenso, ciò che più mi colpisce non è solo la brutalità dei fatti – già grave in sé – ma il silenzio ostinato e colpevole della sinistra italiana (disagio morale, prima ancora che politico), di quella che si definisce progressista, democratica, europeista. Di quella che si raccoglie sotto l’etichetta sempre più vuota del “campo largo”.

Dove sono Elly Schlein e Giuseppe Conte?

Dove sono le parole chiare, nette, in grado di distinguere tra protesta e violenza?
Dove sono le condanne senza “ma” e senza “se”?

Non ci sono. Non si sentono. Non parlano.

E questo silenzio non è neutrale: è complice.

È un silenzio che puzza di calcolo, di strategia elettorale, di paura di perdere i consensi delle frange più radicali che da anni agiscono sotto la bandiera dell’ambientalismo e dell’anticapitalismo. È un silenzio che non ha il coraggio della responsabilità politica, ma si nasconde dietro l’ambiguità, l’inerzia e l’autoassoluzione.

Io questo non lo accetto. E non lo dimentico.

La sinistra italiana, oggi, non riesce più nemmeno a dire l’ovvio. Non riesce a dire che lanciare pietre, incendiare mezzi, ferire poliziotti, sabotare cantieri non è “protesta”: è violenza, punto. E chi resta zitto, chi si gira dall’altra parte, chi borbotta con parole vaghe su “modelli di sviluppo alternativi” senza mai prendere posizione, si sta assumendo una responsabilità pesante. Sta contribuendo ad alimentare una cultura della tolleranza verso l’intimidazione e il disordine, solo perché arriva dalla parte “giusta”.

È questa la sinistra che dovremmo sostenere? Una sinistra che si indigna per i manganelli contro gli studenti ma tace quando si colpiscono gli agenti? Una sinistra che si autodefinisce “democratica” e poi non ha il coraggio nemmeno di dire che la violenza è inaccettabile sempre, da chiunque provenga?

Elly Schlein ha avuto tempo e modo per parlare. Ha avuto gli spazi e le occasioni. Ma ha scelto il silenzio. Conte, da parte sua, è un campione di ambiguità: condanna “la violenza” in astratto, ma sempre con tono indulgente, sempre con quel retrogusto giustificazionista che serve solo a tenere buoni i voti degli ex grillini rimasti intrappolati nel mito della lotta perenne contro il sistema.

E allora lo dico chiaramente: il campo largo, così com’è, non è un progetto politico. È un contenitore fragile di viltà, silenzi, convenienze. Un’alleanza senza spina dorsale, senza coraggio, senza una visione vera dell’Italia. Perché chi non ha il coraggio di condannare la violenza solo perché ha paura di perdere il voto del centri sociali, dei comitati, degli attivisti più urlanti, non può governare un Paese.

Non mi basta che Schlein parli di diritti, di giustizia sociale, di uguaglianze. Tutte cose nobili, ma che si svuotano se non si ha il coraggio della coerenza. Non mi basta che Conte si presenti come il garante della Costituzione se poi sta zitto davanti a chi la calpesta con le molotov e i petardi.

Non ci sono ambiguità ammissibili quando c’è qualcuno che attacca lo Stato con la violenza. Non si può restare in silenzio in nome della pluralità. Il silenzio, in politica, è una scelta. E oggi è una scelta codarda.

Personalmente, non appartengo a Fratelli d’Italia ma almeno in questa occasione hanno avuto il coraggio di dire ciò che la sinistra non osa dire: che chi aggredisce, devasta e ferisce deve essere punito. Che le Forze dell’Ordine meritano rispetto, non silenzio.

Il paradosso è che questa sinistra, quella del campo largo, non riesce nemmeno più a difendere i principi su cui dovrebbe essere nata: la non violenza, la legalità, la difesa dei diritti dentro le regole democratiche. La protesta è sacra, sì. Ma non esiste protesta legittima che passi attraverso l’odio, l’aggressione, la strategia del terrore. E chi oggi non condanna questi atti non è ambiguo: è connivente.

Questo non è un attacco ideologico. È una presa di coscienza. Ed è una delusione amara.
Da cittadino che ha creduto in certi valori, oggi mi ritrovo orfano di una sinistra vera. Una sinistra che abbia il coraggio di essere scomoda anche per sé stessa. Di condannare chi sbaglia anche se indossa una bandiera amica. Di mettere la democrazia prima del consenso.

Ma oggi, quella sinistra non c’è. C’è solo un campo largo che resta muto.

E quando si tace davanti alla violenza, si diventa parte del problema.

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