L’attacco permanente a Giorgia Meloni non è più opposizione: è solo livore ideologico
In
un Paese che ha attraversato governi deboli, media compiacenti e un’opposizione
sempre più disancorata dalla realtà, il dibattito pubblico si è ridotto a un
tiro al bersaglio continuo contro chi oggi ha la responsabilità di governare.
Giorgia Meloni ne è il bersaglio prediletto, colpita ogni giorno da una
sinistra che non fa più opposizione, ma professione di disprezzo.
L’ultimo
pretesto? I dazi concordati tra Unione Europea e Stati Uniti, originati sotto
l’amministrazione Trump, rivisti e adattati durante quella di Biden, con cui
anche l’Italia, com’è naturale in un sistema multilaterale, si confronta e si
coordina. Eppure, per certa sinistra, basta questo per scatenare la solita accusa:
“Meloni è subalterna a Trump”. Uno slogan, nulla più.
Ma
cosa significa davvero questa accusa? È fondata su dati concreti? Sull’analisi
di una strategia economica o geopolitica? No. È soltanto un modo di ribadire, a
prescindere dai contenuti, che chiunque non appartenga a una certa élite
culturale e politica debba essere screditato.
Il
problema non è solo che la critica è sterile, ma che è diventata una forma di
riflesso pavloviano. Ogni passo di questo governo, anche quelli che ottengono
risultati visibili o consenso internazionale, viene subito etichettato come regressivo,
pericoloso, grottesco. Senza discussione, senza onestà.
La
sinistra italiana sembra ormai incapace di riconoscere il merito altrui, anche
quando si tratta di difendere interessi nazionali, posizionarsi in modo
autonomo sul piano internazionale, o rispondere a una crisi migratoria ed
energetica che loro stessi hanno contribuito ad aggravare.
Perché
è questo il nodo centrale: dov’era tutta questa indignazione quando Giuseppe
Conte, presidente del Consiglio per due governi, firmava accordi con la Cina in
piena sudditanza diplomatica, o si piegava a ogni diktat dell’UE senza ottenere
alcun vantaggio concreto per l’Italia? Quello stesso Conte che, non
dimentichiamolo, è stato il capo di governo meno attrezzato, meno coerente e
più contraddittorio dell’intera storia repubblicana.
Il
governo Meloni, pur tra mille difficoltà e limiti fisiologici, ha riportato una
linea di coerenza politica. Ha costruito rapporti strategici con paesi chiave,
ha restituito all’Italia un profilo istituzionale chiaro, e ha dimostrato
capacità di tenere il punto su dossier complicati. In politica estera si è
fatta rispettare sia con Biden che con Modi, sia a Bruxelles che nel G7.
Ma
per la sinistra ideologica tutto questo non conta. Ciò che conta è non perdere
il monopolio del giudizio morale. Anche a costo di mistificare. Anche a costo
di sembrare arroganti, rancorosi, autoreferenziali.
C’è
qualcosa di profondamente tossico in questa narrazione, dove l’attacco a Meloni
diventa una forma di legittimazione identitaria, più che una critica basata sui
fatti. Una sinistra che si dice democratica, ma che non tollera un governo
democraticamente eletto. Che si dice europeista, ma che ignora il diritto di
ogni Paese di portare avanti la propria visione. Che si dice antifascista, ma
che usa il fascismo come insulto universale per evitare il confronto sul merito.
Non
si chiede alla sinistra di applaudire la Meloni. Si chiede, più semplicemente,
di essere onesta. Di tornare a essere un’opposizione seria, non una caricatura
ideologica. Di distinguere tra ciò che è sbagliato e ciò che è legittimamente
diverso. Perché non tutto ciò che non piace è sbagliato, e non tutto ciò che
non rientra nel proprio schema mentale è pericoloso.
Il
discredito sistematico non rafforza la democrazia: la logora. E chi si ostina a
negare l’evidenza di un governo che, con i suoi difetti, lavora, tiene la barra
e affronta dossier lasciati marcire per anni, dimostra solo una rabbia sterile
e controproducente.
Giorgia
Meloni sta restituendo all’Italia un’identità politica, un’autorevolezza e una
centralità internazionale che erano andate disperse. E chi non riesce nemmeno
ad ammetterlo, non è alternativo: è fuori tempo massimo.


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